La “Marcia dell’Unità” vicino all’Obelisco della Città Eroina di Minsk il 6 Settembre. Fonte: Homoatrox.

Negli anni ‘70, la sinistra e persino molti Liberali erano chiari sul fatto che il napalm di Nixon sui villaggi vietnamiti era un abominio. Negli anni ‘90, alcuni pensavano che il bombardamento della Jugoslavia da parte di Bill Clinton fosse, forse, umanitario. Avanzando rapidamente fino al presente, c’è la sensazione che gli Stati Uniti abbiano una “responsabilità globale di proteggere” le terre meno illuminate in nome della “democrazia”. Alcuni della sinistra Liberale non riescono a riconoscere l’errore di ciò che Jean Bricmont [tutti e quattro i link in inglese] espone come “imperialismo umanitario – usare i diritti umani per vendere la guerra”.

In risposta a un’organizzazione per la pace [in inglese] che difendeva il non intervento all’estero negli affari interni della Bielorussia, un commentatore statunitense ha protestato: “Non c’è stato alcun intervento degli Stati Uniti nel paese. Non c’è niente di sbagliato, intrinsecamente, nel sostegno esterno alla democrazia. Il vostro sostegno a qualcuno che sembra un sanguinario dittatore è sconcertante”. Quindi sorgono molte inevitabili domande. Cos’è un dittatore? C’è stato un intervento straniero in Bielorussia? Chi ha il diritto di intervenire? E difendere il non-intervento significa difendere implicitamente un presunto dittatore?

Le elezioni presidenziali bielorusse come catalizzatore per il cambio di regime

Gli elementi dell’opposizione in Bielorussia avevano pianificato [in inglese] da tempo di utilizzare le elezioni presidenziali del 9 settembre come catalizzatore per il cambio di regime. La loro base principale è fra i colletti bianchi con possibilità di salire la scala sociale. Tuttavia, non sarebbero stati in grado di radunare decine di migliaia di manifestanti se non ci fosse stato un ampio e autentico malcontento nei confronti del Presidente Aleksandr Lukashenko.

Elementi della leadership dell’opposizione in Bielorussia sono in parte finanziati [in inglese] dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, e riflettono questi interessi politici. Hanno adottato la bandiera rossa e bianca, sventolata durante l’occupazione nazista. Il loro Pacchetto di Riforme per la Resurrezione [in inglese], modellato su un programma quasi identico per l’Ucraina, richiede la completa privatizzazione neoliberista dell’economia e un allineamento con la NATO e l’Occidente.

Gli exit poll, condotti dall’opposizione, sono stati citati per rivendicare una grave frode elettorale, con Lukashenko che avrebbe raccolto solo il 3% dei voti. Altri osservatori hanno ammesso che Lukashenko ha ottenuto la maggioranza, ma non col conteggio ufficiale dell’80%. Golos [entrambi i link in inglese], un’organizzazione di monitoraggio elettorale a favore dell’opposizione che utilizza i dati raccolti da organizzazioni giovanili sostenute dagli Stati Uniti, ha riferito che Lukashenko ha vinto con il 61,7%.

BBC News [in inglese] lamenta che per le elezioni in Bielorussia non sono “stati invitati osservatori indipendenti”. Eppure c’era una delegazione di osservazione elettorale della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), che ha riferito [in inglese] che le elezioni del 9 agosto “sono state aperte e competitive, e hanno assicurato che i cittadini bielorussi potessero esprimere liberamente la loro volontà”. Ma il rapporto della CSI non ha avuto la gentile conclusione o “indipendenza” ricercata dalla BBC, essa stessa una società semi-governativa [in inglese] dello stato britannico e finanziata da un’imposta statale obbligatoria.

Le voci [in inglese] delle tendenze politiche e dei partiti in Bielorussia e altrove in Europa che si considerano Socialisti o Comunisti, ma sono critici nei confronti dei loro governi nazionali, sono state escluse dai media occidentali. Anche le fonti di sinistra come Democracy Now! [in inglese] seguono la bandiera ripetendo la narrativa del cambio di regime USA/NATO, senza fornire punti di vista alternativi. DN! lamenta la “massiccia repressione di qualsiasi tipo di informazione indipendente” in Bielorussia, mentre prestava servizio come custode delle informazioni [in inglese] nella patria dell’impero.

Oggettivamente nessuno conosce con autorevolezza il reale esito del voto.

Definizioni convenienti di dittatore

Non essere eletti o essere eletti fraudolentemente non è l’unica definizione di dittatore. La definizione funzionale per il governo degli Stati Uniti è un leader sleale all’impero.

Washington considera il presidente democraticamente eletto del Venezuela Nicolás Maduro un dittatore. Mentre Juan Guaidó, che si è autoproclamato presidente del Venezuela all’angolo di una strada di Caracas, e subito è stato riconosciuto dal governo Usa, è considerato un legittimo capo di Stato.

Il monarca dell’Arabia Saudita è considerato legittimo da Washington, anche se la Dinastia Saudita al potere non si preoccupa nemmeno di condurre elezioni fittizie. Questo è un paese in cui le donne non hanno diritti fondamentali, dove si pratica la schiavitù e dove coloro che entrano in conflitto con la legge vengono regolarmente decapitati. Ma l’Arabia Saudita è il più grande acquirente di attrezzature militari [tutti e tre i link in inglese] statunitensi al mondo, eclissando il concorrente che la segue di un fattore di 2,6. Quindi, il monarca saudita non è nell’elenco ufficiale dei dittatori degli Stati Uniti.

Poi ci sono i leader scelti e installati dagli Stati Uniti dopo i colpi di Stato, come in Ucraina nel 2014. Là, gli Stati Uniti hanno letteralmente selezionato con cura [in inglese] il leader post-golpe per l’Ucraina da una galleria degli orrori di neonazisti.

L’intervento in Bielorussia da parte dell’Occidente

Gli Stati Uniti non hanno stivali sul terreno in Bielorussia e, finora, si sono astenuti da attacchi con droni a funerali o feste di matrimonio. Nonostante questa encomiabile moderazione da parte dell’unica superpotenza mondiale, sarebbe sbagliato presumere che gli Stati Uniti non stiano intervenendo in Bielorussia. Un programma statunitense di guerra ibrida [in inglese] è in vigore almeno dal 2004, quando gli Stati Uniti hanno approvato il Belarus Democracy Act, che ha creato ONG antigovernative in Bielorussia e ha proibito i prestiti.

La Bielorussia è soggetta a sanzioni unilaterali degli Stati Uniti, illegali [entrambi i link in inglese] secondo il diritto internazionale, ma giustificate da una dichiarazione presidenziale, che rivendica in modo fasullo un’“emergenza nazionale[in inglese] perché la Bielorussia “costituisce una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.

L’USAID [in inglese], la faccia visibile della CIA, afferma in lingua orwelliana i piani per il cambio di regime degli Stati Uniti per la Bielorussia:

“Promuovere la nascita di una… Bielorussia orientata al mercato… L’USAID lavora… Per stimolare la transizione del paese verso un’economia di mercato attraverso programmi che sostengono… Le imprese private”.

Questa è la mentalità imperiale che gli Stati Uniti si assumono sfacciatamente per “una transizione” da uno stato apparentemente sovrano ad una dipendenza neoliberista.

Il sito web del quasi-governativo National Endowment for Democracy (NED) [in inglese], uno scagnozzo della CIA, elenca circa tre dozzine di progetti in corso in Bielorussia per ciò che viene chiamato eufemisticamente il rafforzamento dei media online “indipendenti”, della società civile, della cultura e del discorso pubblico. Gli anni di duro lavoro della NED sono stati dimostrati dalla raffinatezza mediatica [in inglese] dell’opposizione in Bielorussia.

La seconda classificata alle elezioni presidenziali bielorusse con il 10% dei voti ufficiali, Svetlana Tichanovskaja, è fuggita in Lituania, dove ha incontrato il Vicesegretario di Stato americano Stephen Biegun. Sebbene autoproclamatasi come apolitica e senza precedenti esperienze politiche, si è proclamata pronta a guidare la Bielorussia [in inglese]. In effetti, la 37enne ha tutte le qualifiche per essere un presidente fantoccio, visto che è fotogenica e parla inglese. Il 4 settembre si è rivolta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [in inglese] chiedendo sanzioni punitive contro il suo stesso popolo.

L’Unione Europea [in inglese] sta svolgendo un ruolo ancora più evidente nella promozione del cambio di regime in Bielorussia, e ha in programma di estendere le sanzioni. Il governo apertamente antisemita della Polonia, con cui la Bielorussia condivide un confine, ha un interesse irredentista [entrambi i link in inglese] a “recuperare” porzioni del paese che un tempo facevano parte di un impero polacco.

L’eredità russa

La Bielorussia era una repubblica sovietica, che non divenne un paese sovrano fino al 1990, dopo lo scioglimento dell’URSS. La Bielorussia ha forti affinità storiche e culturali con il suo vicino russo ad est. Circa il 70% dei bielorussi parla russo [in inglese] a casa. Nel 2000, la Bielorussia e la Russia hanno istituito l’Unione Statale, una confederazione sovranazionale per l’integrazione economica e la difesa comune.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea desiderano utilizzare la rivoluzione colorata in Bielorussia per completare l’occupazione militare del confine occidentale della Russia. La Bielorussia è l’ultimo pezzo di quel puzzle, ora che la Lettonia e l’Estonia sono nel campo della NATO e l’Ucraina [in inglese] è in arrivo.

Il coinvolgimento della Russia è stato in gran parte una reazione a questo accerchiamento militare ostile. L’escalation delle tensioni [in inglese] motiva solo la Russia ad essere più difensiva. Il miglior antidoto all’intrusione russa è la distensione piuttosto che una nuova Guerra Fredda. Inoltre, il governo che il movimento pacifista statunitense può meglio influenzare, è il suo.

L’attuale impasse in Bielorussia

La rivoluzione colorata in Bielorussia è ora bloccata [in inglese] e le forze opposte sembrano essere in una fase di stallo. Senza entrare in un dibattito su Lukashenko, la domanda saliente è come i lavoratori della Bielorussia possano determinare al meglio il loro destino.

L’opposizione sostiene che il governo di Lukashenko, durato 26 anni, è degenerato con elezioni discutibili, cattiva gestione e corruzione. Ma la cura potrebbe essere peggiore della malattia, come nel caso della Libia [in inglese], soprattutto se spetta alla tenera misericordia dell’impero americano indicare il nuovo leader “democratico” e la forma di governo da seguire.

La Bielorussia registra un basso livello di disoccupazione, alloggi pubblici, quasi assenza di senzatetto e assistenza sanitaria e istruzione accessibili e convenienti. Questi fattori di benessere sociale si confrontano favorevolmente con la dura austerità neoliberista e la disintegrazione civile [in inglese] dei suoi vicini, ora attratti dal blocco NATO. La questione cruciale è come possono i bielorussi difendere le loro conquiste in un controverso ambiente internazionale.

Tony Kevin, l’ex ambasciatore australiano in Polonia, riassume l’attuale impasse [in inglese]:

“La Bielorussia è a rischio, perché nel crepuscolo politico di Lukashenko c’è confusione e paura: la gente ha perso i suoi ormeggi ideologici, e non c’è una visione nazionale coerente com’è stata recuperata in Russia sotto Vladimir Putin a partire dal 2000. Si spera che i bielorussi capiscano il pericolo che corrono se depongono Lukashenko senza sapere cosa verrà dopo”.

Indipendentemente da ciò che potrebbero fare le forze di sicurezza, Lukashenko potrebbe essere facilmente destituito se i lavoratori delle principali imprese industriali facessero uno sciopero selvaggio. Alcuni lavoratori scontenti hanno lasciato il lavoro, ma la maggioranza guarda agli esempi ammonitori del voltagabbana Solidarność in Polonia, del venduto Eltsin in Russia e dei Neonazisti in Ucraina [tutti e quattro i link in inglese].

In questi e in altri esempi, le imprese statali sono state vendute a prezzi stracciati a nuovi oligarchi e finanzieri occidentali. Le attrezzature di fabbrica sono state saccheggiate, la forza lavoro drasticamente ridimensionata, e i diritti dei lavoratori abrogati. Senza lo spettro di un altro colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti come in Ucraina, con la sua severa austerità neoliberista, Lukashenko ora sarebbe probabilmente storia passata.

L’alternativa di pace: nessun intervento straniero in Bielorussia

Il principio di non intervento è sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Non esiste alcun diritto unilaterale di intervento negli affari interni di un altro stato sovrano. Il più grande violatore [in inglese] di questo diritto internazionale fondamentale è l’unica superpotenza mondiale. La conseguenza, secondo il defunto analista politico uruguaiano Eduardo Galeano, è stata: “Ogni volta che gli Stati Uniti “salvano” un paese, lo trasformano in un manicomio o in un cimitero”.

Una posizione non interventista non deve essere confusa [in inglese] con l’approvazione di Lukashenko. Opporsi all’interventismo USA/NATO non è più un avallo di Lukashenko di quanto l’opposizione all’invasione dell’Iraq fosse un avallo di Saddam Hussein. La Bielorussia ha bisogno di qualcosa di più della scelta binaria di Lukashenko e dell’opzione ucraina fallita. Per avere quello spazio non è necessario alcun intervento straniero in Bielorussia.

Per quelli di noi negli Stati Uniti, ciò significa impedire al nostro governo di pescare in acque agitate e lasciare che il popolo bielorusso decida. Hanno il potere, e non hanno bisogno di sentirsi dire com’è la democrazia da quelli che sceglieranno fra Trump o Biden a novembre.

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Articolo di Roger Harris pubblicato su Counterpunch il 10 settembre 2020
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.

[le note in questo formato sono del traduttore]

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