Gli Americani sono indignati dalle accuse secondo le quali il presidente russo Vladimir Putin avrebbe ordinato ad un servizio di intelligence di hackerare gli account di posta elettronica del Comitato Nazionale Democratico. Che cosa indicibilmente atroce, un paese, la Russia, avrebbe cercato di influenzare le elezioni di un altro paese sovrano, in questo caso gli Stati Uniti! Una cosa senza precedenti! Diabolica! Tipicamente russa!

In risposta, l’amministrazione Obama ha espulso i diplomatici russi, accennato a sanzioni economiche, e ha promesso ulteriori ritorsioni usando “il superiore arsenale di armi informatiche” dell’America (vedere il New York Times del 16 dicembre 2016). Gli avversari Repubblicani di Obama, dal canto loro, hanno chiesto di utilizzare maniere più forti.

Ma gli USA non si immischiano nelle elezioni presidenziali di altri paesi? I nostri amici in Sud America potrebbero saperne qualcosa – centinaia di casi di ricatti economici e militari, frodi elettorali, assassinii, e rovesciamenti violenti di leader democraticamente eletti. Così anche in Europa (Grecia, Italia, Portogallo, Georgia, Ucraina, ecc.), est asiatico (Giappone, Vietnam, Thailandia, Indonesia, Corea, Filippine, ecc.), Nord Africa (Egitto, Tunisia, Marocco), e decine di altri paesi su cinque dei sei continenti abitati (vedere l’articolo di Joshua Keating del 4 gennaio 2017 su Slate.com, “L’Ingerenza nelle Elezioni è Sorprendentemente Diffusa”; il libro di Tim Weiner del 2008 L’Eredità delle Ceneri: La Storia della CIA; e il libro di Noam Chomsky del 1991 Democrazia agli Ostacoli).

Nella ridda di sdegno, di torrenti di denunce da parte delle udienze del Senato, di conferenze stampa, di talk show e di podcast, ci si potrebbe aspettare che qualcuno abbia posto la domanda piuttosto ovvia , se le agenzie americane abbiano mai interferito nelle elezioni presidenziali russe. Eppure (sorpresa sorpresa!) la stampa americana di proprietà delle corporazioni, un’istituzione che ostenta costantemente la sua “obiettività”, non è riuscita a sollevare questa semplice domanda.

E quindi, facciamola qui: gli Stati Uniti si sono impegnati in questo tipo di ingerenza? E se sì, quale effetto ha avuto sulla Russia?

La risposta alla prima domanda, naturalmente, è un sonoro sì. Anche mentre leggete queste parole, si può scommettere che una o più delle diciassette agenzie Federali degli Stati Uniti siano impegnate a fare hackeraggio in Russia. (Si può scommettere senza rischi che anche altri paesi siano impegnati in attività di spionaggio informatico contro la Russia e gli Stati Uniti, tra i quali la Cina e Israele).

Cerchiamo di restringere la nostra discussione ad un singolo caso. I lettori ricorderanno che nella corsa alle elezioni presidenziali del 1996 in Russia, i sondaggi misero il filo-occidentale in carica, Boris Eltsin, al quinto posto tra i candidati alla presidenza, con il supporto di solo l’8% degli intervistati. Gli stessi sondaggi mostravano che il candidato più popolare in Russia, con un ampio margine, era quello del Partito Comunista, Gennadij Zjuganov. Gettati nella disperazione dai numeri, gli oligarchi russi, ben dotati di appoggi e connessioni, suggerirono semplicemente di annullare le elezioni e sostenere un colpo di Stato militare, piuttosto che affrontare una sconfitta alle urne. I Neoconservatori in Occidente abbracciarono l’idea, il tutto in nome della democrazia, ovviamente. Alla fine, però, Eltsin e gli oligarchi decisero di mantenere il potere mettendo in scena l’elezione.

Attenendosi alle leggi russe dell’epoca, Zjuganov spese meno di tre milioni di dollari per la sua campagna. Le stime della spesa di Eltsin, al contrario, vanno dai 700 milioni ai 2,5 miliardi di dollari (vedere il libro di David M. Kotz del 2007 Il Percorso della Russia da Gorbaciov a Putin). Questa fu una chiara violazione delle leggi, ma fu solo la punta di un iceberg.

Nel febbraio 1996, sotto la spinta degli Stati Uniti, il Fondo Monetario Internazionale (che descrive sé stesso come “un’organizzazione di 188 paesi, che lavora per promuovere la cooperazione monetaria globale”) emise un “prestito d’emergenza” di 10,2 miliardi di dollari alla Russia. Questo denaro scomparve, perché Eltsin lo usò per puntellare la sua reputazione e per comprare voti. Costrinse anche la Banca Centrale della Russia a fornirgli un ulteriore miliardo di dollari per la sua campagna. Nel frattempo, una manciata di oligarchi russi, in particolare diversi grandi contribuenti risiedenti in Israele, fornirono altri miliardi per la campagna di Eltsin.

Nella primavera del 1996, Eltsin e il direttore della sua campagna, il miliardario Anatoly Chubais, reclutarono un team di oligarchi della finanza e dei media perché sostenessero la campagna di Eltsin, e garantissero una copertura mediatica favorevole sulla televisione nazionale e sui quotidiani più importanti. Come ricompensa, Chubais permise ad influenti uomini d’affari russi di acquisire quote di maggioranza di alcune delle aziende di proprietà statale più preziose.

Gli strateghi della campagna per l’ex governatore Repubblicano della California Pete Wilson si diressero in segreto verso l’Hotel President a Mosca, dove, dietro una porta chiusa a chiave e guardata a vista, servirono come “arma segreta” di Eltsin per assicurare la democrazia alla Russia (vedere l’articolo di Eleanor Randolph, “Gli Americani Rivendicano un Ruolo nella Vittoria di Eltsin”, sul Los Angeles Times del 9 luglio 1996). Eltsin e le sue coorti hanno monopolizzato tutti i principali mezzi di comunicazione, stampati ed elettronici, pubblici e privati. Hanno bombardato i Russi con un incessante e incontrastato sbarramento di pubblicità politica mascherata da notiziari, finti “documentari”, false voci, allusioni, e promesse elettorali in malafede (tra cui l’erogazione degli arretrati ai lavoratori e ai pensionati, lo stop ad un’ulteriore espansione della NATO, e una soluzione pacifica alla brutale guerra di Eltsin contro la Cecenia). Gli attivisti a favore di Eltsin minacciarono perfino che egli avrebbe organizzato un colpo di Stato e avrebbe fatto precipitare il paese in una guerra civile se Zjuganov avesse vinto le elezioni.

Che la campagna di Eltsin abbia condotto estese “black operation[in italiano], tra le quali l’interruzione dei raduni e delle conferenze stampa dell’opposizione, la diffusione della disinformazione tra i sostenitori di Eltsin, e la negazione dell’accesso ai media per l’opposizione, è oggi di pubblico dominio. Questi sporchi trucchi inclusero tattiche come l’annuncio di date false per i raduni e le conferenze stampa dell’opposizione, la diffusione di materiali allarmanti che venivano attribuiti ingannevolmente alla campagna di Zjuganov, e l’annullamento delle prenotazioni alberghiere per lui e i suoi volontari. Infine, la diffusa corruzione, i brogli elettorali, le intimidazioni e la manomissione delle urne assicurarono la vittoria di Eltsin al ballottaggio.

Il giorno dopo la sua vittoria, Eltsin scomparve dalla scena e riapparve solo alcuni mesi più tardi, ubriaco. Durante il secondo mandato di Eltsin, il “non allineato” FMI erogò un altro prestito, questa volta di 40 miliardi di dollari. Ancora una volta, altri miliardi scomparsi senza lasciare traccia, in gran parte rubati dai tirapiedi del presidente, che li hanno messi in banche estere. Il presidente rieletto non fece nemmeno finta di mantenere le sue promesse fatte in campagna elettorale.

Gli osservatori seri, leader democratici inclusi, concordano sul fatto che, anche se le recenti accuse di hackeraggio contro la Russia risultassero vere, questi “sporchi trucchi” non avrebbero influenzato l’esito delle elezioni del 2016. Al contrario, l’ingerenza americana ed il finanziamento delle elezioni presidenziali del 1996 in Russia hanno chiaramente svolto un ruolo fondamentale nel trasformare Eltsin da candidato con un consenso ad una cifra all’inizio dell’anno, in candidato vincente con un risultato ufficiale (ma contestato) del 54,4% di voti ottenuti al secondo turno del ballottaggio nello stesso anno.

Prendiamo in considerazione alcune delle conseguenze della vittoria elettorale di Eltsin:

  • Nei primi anni del piano di privatizzazione Čubajs -Eltsin, l’aspettativa di vita di un maschio russo è scesa da 65 anni a 57,5 ​​anni. L’aspettativa di vita femminile in Russia è scesa dai 74,5 anni del 1989 ai 72,8 anni del 1999.
  • Durante l’intera durata dei mandati di Eltsin come presidente, c’è stata una fuga di capitali dalla Russia compresa tra l’1 e i 2 miliardi di dollari al mese.
  • Ogni anno dal 1989 al 2001 c’è stato un crollo di circa l’8% delle attività produttive della Russia.
  • Dal 1990 al 1999 la percentuale di persone che vivevano con meno di 1 dollaro al giorno è cresciuta più in Russia e negli altri ex paesi socialisti che in qualsiasi altra parte del mondo.
  • Il numero di persone che vivevano in condizioni di povertà nelle ex repubbliche sovietiche salì dai 14 milioni del 1989 ai 147 milioni del 1998. Come conseguenza del crollo finanziario del 1998 e della svalutazione del rublo, i risparmi di una vita di decine di milioni di famiglie russe scomparvero dalla notte al giorno. Da allora, la grande recessione e il basso prezzo del petrolio hanno solo peggiorato le cose.
  • Nel periodo dal 1992 al 1998 il PIL della Russia si è dimezzato, una cosa che non è accaduta nemmeno durante l’invasione tedesca nella Seconda Guerra Mondiale.

Durante il mandato di Eltsin, il tasso di mortalità in Russia ha raggiunto livelli da bollettino di guerra. Incidenti, intossicazioni alimentari, esposizione a sostanze tossiche, attacchi di cuore, mancanza di accesso alle cure sanitarie di base, e un’epidemia di suicidi – tutto svolse un ruolo. David Satter, socio anziano dell’anticomunista Hudson Institute con sede a Washington D.C., scrivendo [in Inglese] sul conservatore Wall Street Journal, ha descritto le conseguenze di questa vittoria della democrazia: “i demografi occidentali e russi oggi concordano sul fatto che tra il 1992 e il 2000, il numero di “morti in eccesso” in Russia – morti che non possono essere spiegate sulla base di precedenti tendenze – è stato tra i cinque e i sei milioni di persone”. (Dati resi pubblici l’8 aprile 2015. Il sociologo americano James Petras ha dato una stima di 15 milioni di morti in eccesso dal crollo dell’Unione Sovietica.)

La NATO ha continuato la sua espansione verso est. Eltsin trasformò la città cecena di Groznyj in un cumulo di macerie, e divenne rapidamente l’uomo più vituperato della Russia. Ma, come disse un osservatore all’epoca, “Eltsin non sembrò accorgersene, il che non sorprende, dal momento che fu ubriaco per gran parte della sua permanenza in carica”. Quando lasciò l’incarico, il presidente della Federazione Russa approvato dagli Americani aveva un indice di gradimento del 2% (fonte: la CNN nel 2002). Ma a quell’epoca non aveva importanza: i cleptocrati erano al sicuro al potere, e la democrazia imposta dagli Americana aveva raggiunto i suoi obiettivi nella “transizione” russa.

Eltsin morì nel 2007, celebrato come un eroe anticomunista dai Neoconservatori a Washington e New York, ma odiato dalla stragrande maggioranza dei Russi. Quattro anni più tardi, Dmitrij Medvedev, l’allora Presidente della Russia, elogiò Eltsin per aver creato “la base di un nuovo Stato russo, senza il quale non sarebbe stato possibile nessuno dei nostri successivi successi”. Ma un articolista della rivista Time ha riferito che, nonostante l’elogio pubblico di Medvedev, la storia che egli ha raccontato privatamente era ben diversa. Il 20 febbraio 2012 avrebbe detto ai partecipanti ad una riunione a porte chiuse: “il primo presidente della Russia in realtà non ha ottenuto la rielezione nel 1996 ad un secondo mandato. Il secondo voto presidenziale nella storia della Russia, in altre parole, è stato truccato” (vedere l’articolo di Simon Shuster scritto il 24 febbraio 2012 sul Time online “Riscrivere la Storia Russa: Boris Eltsin Ha Truccato l’Elezione Presidenziale del 1996?”).

Alcuni lettori, forse, non vedono il motivo del ricordare a noi stessi il ruolo dell’America nell’elezione di Eltsin e la responsabilità dell’America per la conseguente miseria e le morti di massa. Ma ricordiamoci che le recenti accuse di hackeraggio sono solo una parte di un assalto totale dei media contro la Russia, guidato da Washington. Dai presunti crimini di guerra russi nella lotta contro gli assassini occupanti jihadisti della Siria, alla ri-annessione della Crimea fortemente filorussa e al doping degli atleti olimpici, i Neoconservatori americani si sono impegnati in un assalto propagandistico con un’alta posta in gioco.

L’Armenia è una delle tante posizioni di prima linea nella crescente campagna mediatica di Washington contro la Russia. Sì, la Federazione Russa è uno stato imperialista, nel senso tecnico dato al termine da Lenin, e sì, la Russia esercita la sua influenza sull’Armenia. Ma ormai è chiaro che una maggiore sovranità per l’Armenia non è ciò che è in palio quando si parla dell’opposizione russofoba. Dopo tutto, i nemici della Russia non sembrano avere molti problemi con l’idea del cedere sovranità agli imperialisti americani e al loro surrogato regionale, la Repubblica di Turchia. Ancora più importante, la causa della maggiore sovranità nazionale verrà danneggiata se vinceranno i nemici della Russia. Essi rafforzano solo il senso pervasivo di vulnerabilità, isolamento economico e accerchiamento militare tra i Russi, un popolo che ha sopportato tre decenni di enormi distruzioni e umiliazioni, dopo un secolo di invasioni e guerre che hanno causato la morte di decine di milioni di loro compatrioti.

Ricordiamoci che i più aspri nemici della Russia a Erevan sono gli stessi fanatici che hanno portato l’Armenia al suo attuale stato di rovina. Dopo tanti fallimenti e disastri, continuano a diffondere la vecchia pericolosa fantasia dello Zio Sam salvatore dell’Armenia. Sono impenitenti, e come Eltsin, prendono i loro ordini da Washington.

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Articolo di Markar Melkonian pubblicato su Hetq il 13 gennaio 2017.

Traduzione in Italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.

[Le note in questo formato sono del traduttore]