Fra qualche ora le redazioni degli organi di informazione statunitensi riceveranno le veline sulla condanna del leader dell’opposizione extraparlamentare russa Alexej Navalnj a tre anni e mezzo di arresti domiciliari per frode, le rilanceranno, e nel pomeriggio la notizia arriverà sulle scrivanie dei colleghi italiani, che (festeggiamenti di capodanno permettendo) saranno pronti a strapparsi le vesti nelle pagine esteri di domani mattina. La sentenza verrà ovviamente presentata come una decisione “politica” del “dittatore” Putin per stroncare le “aspirazioni alla libertà” dei popolo russo. Sentenza politica?

Indubbiamente il caso avrà conseguenze politiche (nonostante il consenso politico del noto blogger al di fuori di Mosca sia oggi irrisorio), così come ha avuto origini politiche (le segnalazioni alla procura sono giunte dopo che Navalny è emerso come una figura importante dell’opposizione non istituzionale ottenendo un discreto risultato alle elezioni comunali dell’anno passato). Il che non ha nulla di strano: accade in tutte le democrazie del mondo, sin dai tempi dell’antica Grecia, che personalità non note o non coinvolte nel dibattito pubblico vengano sottoposte ad una attenta verifica della loro condotta dopo l’ingresso nella scena politica. Talora la verifica non ha conseguenze, altre volte, invece, fa emergere circostanze imbarazzanti o addirittura (come il caso di Navalny) di rilievo penale. Quindi si, sotto questo profilo è un processo politico: riguarda un politico, avrà conseguenze politiche.

Altra cosa è dire che la sentenza sia dettata da intenti di persecuzione. Questi sospetti, che verranno di certo insinuati, si basano solo su pregiudizi antirussi, visto che nessuno, fra quelli che lanceranno queste accuse, conosce davvero l’oggetto della vicenda processuale e le motivazioni della decisione finale. Una decisione accolta con indignazione anche da molti ambienti russi, ma non proprio nel senso che il pubblico occidentale si attenderebbe: ad esempio il deputato Mikhail Markelov ha parlato di sentenza “politica” perché le pene inflitte sarebbero troppo lievi in relazione alle richieste della Procura (10 anni di reclusione) ed ai minimi edittali stabiliti dalla legge per i reati di riciclaggio e frode (8 anni).

La “lezione” politica che possiamo trarre da questo evento è, in realtà, diametralmente opposta: se poniamo Navalny a fianco di altri beniamini dell’occidente in Russia o in Ucraina, gente come Mikhail Khodorkovsky, uno degli oligarchi impadronitisi con metodi gangsteristici del patrimonio nazionale dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, della sua copia Ucraina Julia Timoshenko, che non ha deposto la propria disinvoltura nemmeno ricoprendo le funzioni di Primo Ministro, delle provocatrici appartenenti al gruppo delle Pussy Riot, con le imbarazzanti performance “artistiche” a sfondo sessuale della formazione “Voina” da cui provengono, fra le altre, le “martiri” Nadezhda Tolokonnikova ed Ekaterina Samutsevich… se componiamo questa foto di gruppo ricaviamo l’impressione che una biografia imbarazzante non costituisca affatto un disvalore per gli scout della CIA incaricati di selezionare i talenti politici poi incaricati di “esportare la democrazia” nelle nazioni ostili. E del resto, perché dovrebbe? E’ vero anzi il contrario, per due ragioni.

Prima di tutto: eliminare i mascalzoni dalla lista dei candidati la ridurrebbe drasticamente, fin quasi ad azzerarla. Il motivo è palese: quale persona intelligente ed in buona fede, senza doppi fini o scheletri nell’armadio, potrebbe contestare le istituzioni del proprio paese nel momento esatto in cui è aggredito da una vasta coalizione di nemici imperialisti? A questo gioco possono prestarsi evidentemente solo artistucoli in cerca di un mecenate, gangster che non hanno nessuna lealtà se non per il proprio portafoglio, e stupidi ultra nazionalisti con simpatie di estrema destra, che sollevano la bandiera della lotta contro la corruzione e l’immigrazione per cattivarsi le simpatie della sempre irrequieta borghesia urbana. Ci riferiamo a quelle frange xenofobe che con il loro chauvinismo rappresentano un pericolo mortale per l’integrità territoriale della Federazione Russa: il mix di estrema destra e populismo che i salotti buoni tanto aborrono in casa nostra, ma che invece apprezzano enormemente all’estero. E’ l’ambiente, per intenderci, in cui Strelkov si è rifiutato di entrare, e in cui, al contrario, Navalny naviga da sempre. In simili acque putride è difficile trovare un cigno candido.

Secondo motivo: un “combattente per la libertà” con una biografia imbarazzante potrà facilmente diventare o un “martire” (è il caso di Navalny) o, se tutto andrà bene, e sarà possibile impadronirsi del paese, un alleato ricattabile. Lo schema presenta due sviluppi, entrambi vincenti. Perché non approfittarne?

In conclusione: non ci metteremo alla pari di chi domani pretenderà di sapere che quello a Navalny è stato un processo persecutorio: sospendiamo il giudizio, non conoscendo approfonditamente la vicenda. Possiamo però affermare, dalla contestualizzazione politica dell’evento, che la parabola politica di Navalny è del tutto in linea con una prassi del tutto consueta a Washington: armare estremisti contro il proprio paese. Sarebbe sorprendente scoprire che persone pronte a questo siano anche mascalzoni?  (Marco Bordoni)

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