Con un bilancio di 20-40.000 vittime (morti e feriti inclusi) la Battaglia di Khalkin Gol fu più sanguinosa di molte guerre dichiarate.

Questa è la storia di una battaglia che ci fu, e di una guerra che non ci fu.

Tra il 1938 e il 1939, l’Unione Sovietica e l’Impero giapponese combatterono una serie di scontri lungo il confine tra la Manciuria occupata dai giapponesi, la Mongolia controllata dai russi e la frontiera siberiana vicino al vitale porto del Pacifico di Vladivostok in Russia.

In palio c’erano le ricche risorse della Manciuria e, al di là di queste, quale delle due sarebbe stata la potenza dominante nell’Asia nordorientale. Ma ancora più importante fu il risultato finale delle battaglie della Manciuria, che culminarono con Pearl Harbor e la Guerra del Pacifico tra Giappone e Stati Uniti.

Potrebbe essere difficile credere che tutto ciò sia iniziato per poche insignificanti colline e steppe. Eppure entrambe le parti si erano già scontrate prima. Nella Guerra Russo-Giapponese del 1904-1905, il nuovo impero giapponese – liquidato dalle forze dello zar come composto da asiatici razzialmente inferiori – distrusse la Marina russa, attaccò l’esercito russo e conquistò il porto strategicamente importante di Port Arthur (che gli stessi russi avevano precedentemente estorto dalla Cina). Durante la Guerra Civile russa del 1919, il Giappone inviò 70.000 soldati ad aiutare l’Armata Bianca anticomunista. Le forze imperiali giapponesi annetterono quasi la Siberia prima di ritirarsi.

C’era poco amore tra le due parti, specialmente con l’atmosfera ultra-militarista degli anni ‘30. Il Giappone pendeva verso il fascismo, mentre Stalin rafforzava il potere industriale e militare sovietico per l’inevitabile scontro con il capitalismo. In effetti, il conflitto russo-giapponese era in qualche modo una battaglia fra immagini speculari. Che significasse morire per Stalin o l’Imperatore, ad entrambe le parti non importava nulla di quanti dei loro uomini perivano sul campo di battaglia.

La miccia fu accesa all’inizio degli anni ‘30, quando l’aggressiva Armata del Kwantung giapponese – di sua iniziativa – nel 1931 occupò il territorio della Manciuria, creando una frontiera contesa di quasi 5.000 chilometri tra Giappone e Russia.

Il primo scontro armato serio scoppiò durante l’Incidente di Changfukeng (noto ai russi come Battaglia del Lago Chasan) nel luglio del 1938, quando una divisione giapponese attaccò le truppe sovietiche su una collina contesa vicino a Vladivostok. Dopo un attacco e un contrattacco che costarono a entrambi più di 4.000 vittime, i giapponesi si ritirarono.

Il Lago Chasan dimostrò i punti di forza e di debolezza di entrambe le parti. I sovietici avevano una potenza di fuoco superiore e molti più carri armati, ma con la sua leadership decimata dalle purghe di Stalin, l’Armata Rossa era rigida e il suo morale fragile. Mancando dei corazzati e della potenza di fuoco dell’artiglieria dei suoi rivali più industrializzati come l’Unione Sovietica, i giapponesi facevano affidamento sullo spirito e sulla volontà di vincere a tutti i costi. All’inizio sembrava che i giapponesi avrebbero avuto la meglio. Alla fine i sovietici schierarono 350 carri armati, ma quasi cento furono distrutti o danneggiati dalle squadre anticarro giapponesi. A un certo punto, una carica alla baionetta giapponese aveva sbaragliato i difensori sovietici, rafforzando la convinzione dell’Esercito Imperiale giapponese secondo cui uomini determinati potevano battere le macchine.

Con nessuno dei due desideroso di iniziare una guerra a tutto campo, fu stipulato un cessate il fuoco. E poi, quasi un anno dopo, arrivò il vero test. Cominciò nel maggio del 1939 con uno scontro di stati fantoccio, quando alcuni cavalieri appartenenti allo satellite russo della Mongolia entrarono in territorio conteso vicino al villaggio di Nomonhan (i russi la chiamarono Battaglia di Khalkin Gol), per poi essere cacciati dalla cavalleria dell’esercito del Manciukuò organizzato dai giapponesi. Quando la cavalleria mongola tornò, l’Armata del Kwantung decise di darle una lezione inviando la 23a Divisione di Fanteria, appoggiata da 70 carri armati.

I sovietici risposero con attacchi di 500 carri armati e autoblinde, una forza potente, ma non accompagnata dalla fanteria. “I carri armati sovietici e le autoblinde senza appoggio avanzarono e tamponarono l’offensiva giapponese”, scrive Edward Drea in una monografia americana sulle forze giapponesi [file .pdf in inglese] nella battaglia. “Le truppe giapponesi distrussero almeno 120 carri armati sovietici o autoblinde con bombe Molotov, cannoni anticarro da 37 mm e mine anticarro”.

La battaglia passò a piccole ricognizioni e incursioni, ma sfortunatamente per il Giappone arrivò un nuovo comandante sovietico di nome Georgij Žukov, che presto sarebbe diventato la nemesi degli eserciti di Hitler. Proprio come in seguito fece contro i tedeschi, Žukov scatenò una blitzkrieg meccanizzata di fanteria, corazzati e artiglieria che circondò e distrusse la 23a Divisione prima che venisse dichiarato il cessate il fuoco. I giapponesi subirono 17.000 perdite, mentre i sovietici persero 10.000 uomini.

Tatticamente, la battaglia mise in evidenza le debolezze di un esercito incentrato sulla fanteria che combatte una battaglia convenzionale contro forze meccanizzate in campo aperto. Infranse anche il confortante mito che il morale batte la potenza di fuoco (anche se il contrario non è sempre vero, come hanno scoperto gli Stati Uniti in Vietnam). “La dottrina non poteva farti andare così lontano quando c’erano troppo pochi carri armati giapponesi e troppi pochi pezzi d’artiglieria per influenzare in modo decisivo l’esito della battaglia”, scrive Drea. “Questo lasciò i fanti giapponesi armati con bottiglie piene di benzina ad affrontare i contrattacchi dei carri armati sovietici e della fanteria sostenuti dall’artiglieria”.

Nonostante tutte le sue spacconate, il Giappone imparò una lezione che non avrebbe dimenticato. O, piuttosto, le lezioni tattiche sarebbero state dimenticate cinque anni più tardi, quando i soldati giapponesi dovettero di nuovo trasformarsi in mine anticarro umane nel vano tentativo di sconfiggere i carri armati americani Sherman.

Ma la conseguenza più grande per la storia fu quello che non accadde. Nell’estate del 1941, quando l’Unione Sovietica sembrava sul punto di crollare sotto la blitzkrieg nazista, il Giappone ebbe una scelta. Poteva attaccare a nord e impadronirsi della Siberia, mentre la maggior parte dell’Armata Rossa combatteva in Europa. Oppure poteva colpire il sud, dove c’erano le ricche colonie britanniche, olandesi e americane del Pacifico.

“Se avesse avuto successo, una limitata guerra nippo-sovietica nell’Estremo Oriente sovietico avrebbe potuto far pendere la bilancia nella Russia europea a favore della Germania nazista”, ha detto Drea al The National Interest.

Ci furono molte ragioni per cui il Giappone scelse l’opzione meridionale, compreso l’embargo petrolifero degli Stati Uniti e l’impotenza delle colonie europee del Pacifico mentre i loro paesi madre erano occupati dai nazisti. Tuttavia, un altro motivo per non attaccare a nord fu il ricordo di ciò che accadde a Nomonhan.

Stalin fu libero di trasferire le sue truppe siberiane d’élite dall’Estremo Oriente all’Europa, dove respinsero i panzer di Hitler alle porte di Mosca nel dicembre 1941. E il Giappone scelse l’opzione del Pacifico, scatenando così una guerra con l’America che condusse l’Impero giapponese alla rovina.

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Articolo di Michael Peck pubblicato su Russia Insider il 4 agosto 2018.
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.

[le note in questo formato sono del traduttore]

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