Il 27 ottobre 1962 è il giorno in cui noi esseri umani, grazie al Capitano di sottomarino della Marina sovietica Vasili Alexandrovic Arkhipov, siamo scampati all’estinzione.

Arkhipov insistette nell’attenersi strettamente alla procedura per l’utilizzo di armi nucleari. Si impose sui colleghi del sottomarino sovietico B-59 che, senza la necessaria autorizzazione da Mosca, volevano colpire la squadra navale della USS Randolph, vicino a Cuba, con un siluro nucleare da 10 kilotoni.

Le comunicazioni con i comandi navali erano interrotte, e i colleghi di Arkhipov erano convinti che la Terza Guerra Mondiale fosse già in atto. Dopo ore di caccia da parte delle navi statunitensi, il capitano del B-59 Valentin Grigorievich Savitskj urlò: “Dobbiamo colpirli adesso! Moriremo, ma almeno li affonderemo tutti, non disonoreremo la nostra Marina!”. Ma serviva anche l’autorizzazione del Capitano Arkhipov, che contraddisse Savitskj, e così il B-59 riemerse.

Gran parte di questa storia è tratta dal magistrale libro di Daniel Ellsberg “The Doomsday Machine[La Macchina del Giudizio Universale], uno tra i più avvincenti e importanti libri che abbia mai letto. Alle pagine 216-217 Dan spiega, tra altre cose, le particolari circostanze per le quali era necessaria anche l’autorizzazione di Arkhipov, al tempo Capo di Stato Maggiore della brigata sottomarina.

Ellsberg racconta che se Arkhipov fosse stato di stanza su uno degli altri sottomarini (ad esempio il B-4, che gli americani non riuscirono mai a localizzare) è ragionevole pensare che la portaerei USS Randolph e i suoi cacciatorpedinieri di scorta sarebbero stati distrutti da un’esplosione nucleare.

Dan prosegue l’agghiacciante racconto:

“la fonte dell’esplosione sarebbe rimasta ignota per gli altri comandanti della Marina e i membri dell’ExComm [Comitato Esecutivo del Consiglio di Sicurezza Nazionale], dato che si riteneva che nessun sottomarino la cui presenza fosse nota nella regione, avesse a bordo testate nucleari. Sarebbe sembrato che a distruggere il gruppo antisom fosse stato un missile a medio raggio, il cui lancio da Cuba non era stato rilevato. Era proprio il fatto al quale Kennedy si riferiva, nell’annuncio del 22 Ottobre, atto a dare luogo a un attacco nucleare nei confronti dell’Unione Sovietica.

“Il momento più pericoloso nella storia dell’umanità”

Lo storico Arthur Schlesinger Jr., un consigliere molto vicino al presidente John F. Kennedy, tempo dopo descrisse il 27 ottobre 1962 come il Sabato Nero, definendolo “il più pericoloso momento nella storia dell’umanità”. In quello stesso giorno il Comando di Stato Maggiore raccomandò un’invasione di Cuba in piena regola per distruggere i missili sovietici da poco colà installati. Kennedy insistette per la presenza dell’ambasciatore in Russia Llewelyn Thompson alle riunioni del gruppo di gestione della crisi. Il presidente respinse la raccomandazione dei militari e insieme con il fratello Robert, lo stesso ambasciatore Thompson, e le altre persone dotate di raziocinio, riuscì a trovare un compromesso con il leader sovietico Nikita Khruscev.

In quanto allo Stato Maggiore il presidente era già arrivato alla conclusione che i vertici militari erano dei pazzi russofobi, e che si meritavano appellativi del tipo di quelli usato del sottosegretario di Stato George Ball: “una fogna di inganni”.
Come scrive Ellsberg (nel Prologo a pagina 3): “Il bilancio delle vittime di un primo attacco all’Unione Sovietica, ai Paesi del Patto di Varsavia e alla Cina, così come calcolato dallo Stato Maggiore, si sarebbe attestato sui seicento milioni di morti. Cento Olocausti”. Ciononostante, quei folli continuarono a insistere ostinatamente, come se stessero guadando il “Grande Pantano” [nomignolo per i fiumi Mississippi e Missouri].

Una intelligence non così buona

Nel periodo precedente alla crisi missilistica di Cuba, la comunità del controspionaggio, inclusa quella del Pentagono, diede prova della propria inettitudine. Ad esempio, le forze armate americane erano beatamente inconsapevoli del fatto che i sottomarini sovietici che pattugliavano i Caraibi erano equipaggiati con siluri nucleari. Il controspionaggio americano non era neppure al corrente che i russi avevano già montato testate nucleari su alcuni dei missili a Cuba e li avevano puntati sugli USA (il 27 ottobre gli americani davano per scontato che le testate nucleari non erano state installate).

Fu solo 40 anni dopo, durante una conferenza “commemorativa” della crisi cubana all’Avana, che ex alti funzionari americani, come il Segretario alla Difesa Robert McNamara ed il Consigliere alla Sicurezza Nazionale McGeorge Bundy, appresero che alcune delle loro supposizioni fondamentali erano del tutto sbagliate (Ellsberg, p. 215).

Oggigiorno la classe dirigente ha inculcato nelle menti americane che è un’ingiuria criticare la “comunità del controspionaggio”. Questo nonostante il relativamente recente esempio delle invenzioni fraudolente atte a “giustificare” l’invasione dell’Iraq del 2003, seguite dalle recenti false accuse a Putin di avere ordinato di persona ai servizi segreti di “hackerare” i computer del Comitato Nazionale Democratico. È vero, l’operato dei servizi segreti sulla Russia e su Cuba ci ha fatto quasi ammazzare tutti nel 1962, ma, secondo me, si era trattato più di inettitudine e arroganza che di totale disonestà.

In quanto a Cuba, uno dei più significativi fallimenti fu la formale Special National Intelligence Estimate (SNIE) del 19 settembre 1962, che convinse Kennedy che la Russia non si sarebbe arrischiata ad installarvi missili nucleari. In larga misura questa valutazione era una conseguenza di uno dei peccati mortali dell’analisi dell’intelligence: il “mirror imaging” [proiezione speculare: attribuire al nemico caratteristiche proprie], vale a dire che noi avevamo avvertito con forza i russi di non mettere missili a Cuba; quindi dovevano essere certi che gli USA non avrebbe accettato il rischio; quindi ci avrebbero creduto ed avrebbero evitato di far esplodere tutto il mondo per via di Cuba. O almeno questo gli stimabili estimatori del NIE (National Intelligence Estimate) era ciò che pensavano.

Anche i russi caddero nell’errore del “mirror imaging”. Khruscev e i suoi consiglieri consideravano i pianificatori nucleari americani quali attori razionali pienamente consapevoli dei rischi di un’escalation, e che si sarebbero fermati all’idea di terminare istantaneamente le vite di centinaia di milioni di esseri umani. Le loro informazioni non erano accurate in merito al grado di russofobia che infettava il Generale dell’Aviazione Curtis LeMay e altri dello Stato Maggiore, pronti a tollerare centinaia di milioni di morti per “terminare la minaccia sovietica” (Ellsberg era lì e fornisce una testimonianza di prima mano sulla loro pazzia nel suo “Doomsday Machine”).

Dove erano spariti i lanciagranate?

Mi presentai per iniziare il servizio alla Scuola Ufficiali di Fanteria di Fort Benning, Georgia, il 3 novembre 1962, sei giorni dopo l’incidente. La maggior parte di noi nuovi tenenti aveva sentito di una nuova arma, il lanciagranate, ed eravamo impazienti di provarla. Ma in giro non ce n’era nemmeno uno. Mancavano anche molte altre delle altre armi normalmente usate nelle esercitazioni.

Dopo diverse richieste gli alti gradi ammisero che praticamente tutti i lanciagranate e molte delle altre armi e dei veicoli mancanti erano stati portati a sud da una divisione che era passata dalla Georgia una settima prima, o giù di lì. Ci dissero che erano ancora tutte nella zona di Key West. Erano segni tangibili del livello di prontezza dello Stato Maggiore e dei vertici militari per attaccare Cuba, se solo il presidente Kennedy avesse acconsentito ai loro desideri.

Se fosse successo è probabile che nessuno starebbe a leggere quanto scrivo. E tuttavia, giù a Benning, c’erano lamentele e mugugni su come permettemmo ai comunisti di cavarsela così a buon mercato.

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 Articolo di Ray McGovern pubblicato su Ron Paul Institute il 29 ottobre 2019
Traduzione in italiano di DS per SakerItalia

[le note in questo formato sono del traduttore]

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