– Marco Bordoni –

Esistono precisi segnali mediatici  dai quali si può chiaramente capire che il blocco atlantico si prepara ad aggredire un Paese e che la sua dirigenza ha iniziato ad ingegnerizzare il consenso delle masse per rendere accettabile l’opzione militare. Uno di questi è la “spoliazione rituale” dal rispetto cerimoniale che si attribuisce ad un capo di Stato, spoliazione che si compie attraverso campagne denigratorie personali ed una rappresentazione falsata e grottesca del rapporto con gli altri leader mondiali (ne abbiamo parlato qui). Un altro è la cosiddetta reductio ad Hitlerum, una tecnica propagandistica assai comune mirante a demonizzare un leader paragonandolo ad al dittatore nazista.

La falsità di questo secondo artificio retorico si svela da sola quando viene applicata a figure assolutamente marginali come Milosevich, Saddam Hussein, Gheddafi o Basher Assad, personaggi alla guida Paesi che non potevano in nessun modo rappresentare una seria minaccia per la pace mondiale a causa della loro stessa taglia politica, di volta in volta modesta o modestissima. Il discorso deve essere invece affrontato con maggiore rigore nel caso di Vladimir Putin e della sua Russia, una grande potenza che, in linea teorica, avrebbe gli strumenti militari, se non economici, per dare effettivamente l’assalto al potere mondiale.

Il rigore è necessario in quanto, effettivamente, esistono delle suggestive somiglianze storiche fra la Russia moderna e la Germania hitleriana. Vediamole in breve:

Il fronte occidentale nelle ultime fasi della guerra. Il rosso tratteggiato indica la linea armistiziale

Il fronte occidentale nelle ultime fasi della guerra. Il rosso tratteggiato indica la linea armistiziale

  • L’Unione Sovietica e la Germania guglielmina furono coinvolte in un grande conflitto (rispettivamente la Prima Guerra Mondiale e la Guerra Fredda) da cui non uscirono sconfitte militarmente. Al momento dell’armistizio, nel novembre del 1918, il Secondo Reich aveva vinto la guerra ad est ed occupava un enorme territorio già appartenente all’impero zarista, esteso dal Caucaso all’Estonia. Ad ovest le armate tedesche erano state costrette a cedere terreno, ma comunque combattevano in Belgio, non in Germania. Nello stesso modo la Guerra Fredda non finì con l’invasione e lo smembramento dell’URSS da parte della NATO: anzi, nel 1990 l’Unione Sovietica disponeva di un potenziale militare enorme e sostanzialmente intatto, in nulla inferiore a quello del suo avversario. Certo, la situazione economica e il contesto politico, sia nella Germania del 1919 che nell’URSS del 1989, si facevano rapidamente insostenibili, e questo avrebbe avuto presto ripercussioni sulla tenuta degli apparati militari. Tuttavia resta il fatto che i due Paesi non vennero materialmente invasi e occupati da eserciti stranieri, come ad esempio la Francia nel 1815 o la Germania nel 1945, e nelle opinioni pubbliche tedesche e russe non si formò la consapevolezza della sconfitta.
  • L’Unione Sovietica e la Germania guglielmina si rassegnarono alla pace per un crollo del fronte interno indotto da elementi riformatori. In particolare la Germania venne sopraffatta dall’ammutinamento della propria flotta e dalla prima rivoluzione socialista tedesca, mentre l’Unione Sovietica non sopravvisse alle istanze di liberalizzazione provenienti dal ceto urbano e dalla stessa dirigenza politica del Paese. La contemporanea presenza di un esercito non sconfitto sul campo e di una società civile “disfattista” favorì lo sviluppo di una psicosi nazionale da tradimento (gli autori del tradimento vennero in seguito individuati nei socialisti e nella minoranza ebraica in Germania e nei liberali in Russia).
  • Il contegno palesemente iniquo e menzognero della potenze liberali e la comprovata inadeguatezza dei sistemi parlamentari instaurati dopo la conclusione delle ostilità diffusero sia nella Germania degli anni trenta, sia nella Russia degli anni duemila, un disincanto generalizzato nei confronti dei meccanismi della democrazia parlamentare rappresentativa;
  • Sia l’Unione Sovietica che la Germania guglielmina vennero lusingate da un miraggio propagandistico di riordino degli assetti post bellici in uno spirito di equità, che si sostanziava nei 14 punti del Presidente Wilson e nella idea dell’unità continentale “da Lisbona a Vladivostok” espressa nella Carta di Parigi del 1990. Questo miraggio si rivelò in seguito un vero e proprio inganno. La Germania venne sottoposta ad un trattamento punitivo inteso a colpire non la sua élite ma il suo popolo. I suoi confini vennero ridisegnati in modo da creare una esplosiva diaspora tedesca inserita in deboli Stati ostili creati intorno ai territori ancora controllati da Berlino: la pace di Versailles del 1919 divenne un esempio proverbiale di prevaricazione e di ingiustizia, in chiara opposizione alla Pace di Vienna del 1815, che aveva riordinato l’Europa riconoscendo tuttavia al popolo francese una posizione di prestigio nel concerto delle potenze continentali. Quanto all’Unione Sovietica, essa venne addirittura smembrata. Dopo la fine della Guerra Fredda si consumò una Versailles – due: l’intera Europa venne riorganizzata attorno alla NATO che, lungi dal disciogliersi, fu trasformata nel braccio armato di un sistema di potere da cui la Russia fu esclusa. I confini che separavano le repubbliche federate dell’URSS, tracciati con la generosità antirussa tipica della prassi amministrativa moscovita, divennero confini di Stato e una diaspora di decine di milioni di russi venne a trovarsi sottomessa agli arbitri delle classi dirigenti nazionaliste che si impadronirono dei deboli stati periferici nati dalla dissoluzione del potere centrale. Sia in Russia che in Germania scaturì conseguentemente un sentimento di vittimismo e revanchismo del tutto giustificato e conseguente alla oggettiva iniquità della pace imposta.

    il caos che segue la sconfitta: a sinistra, bambini tedeschi giocano con pacchi di marchi svalutati. a destra: impianto industriale russo fatiscente nei primi anni 90

    il caos che segue la sconfitta: a sinistra, bambini tedeschi giocano con pacchi di marchi svalutati. a destra: impianto industriale russo fatiscente nei primi anni ’90

  • A causa della sconfitta sia la Germania di Weimar che la Russia liberale precipitarono in un totale caos etico, identitario, istituzionale ma soprattutto economico. Il successivo processo di ripresa, stabilizzazione e normalizzazione, per molti versi miracoloso, provocò un naturale sentimento di recupero di fiducia tale da indurre un senso sicurezza vicino alla temerarietà.

Tirando una prima somma, in conclusione dell’esame di questi parallelismi, possiamo affermare che le effettive somiglianze fra Russia contemporanea e Germania Nazista devono ricercarsi nella particolare sequenza: sconfitta fantasma – psicosi da tradimento interno – umiliazione negoziale – fallimento di ogni percorso di integrazione politica nel sistema di potere liberale – prostrazione economica e dissoluzione sociale – vittimismo e desiderio di rivalsa – recupero della fiducia al limite della temerarietà. Ma questa sequenza, in entrambi i casi, non fu un processo fatale e spontaneo, ma bensì il preciso effetto di scelte politiche imperiali deliberate ed arbitrarie, assunte dalle potenze che si rappresentarono vincitrici e reclamarono condizioni di capitolazione inique e leonine.

E qui iniziano le differenze, che riguardano la reazione a questo processo di aggressione esterna. Infatti Russia e Germania, sottoposte entrambe ad una esperienza storica traumatica ad opera dell’imperialismo occidentale, risposero producendo anticorpi istituzionali, amministrativi, ideologici, economici profondamente diversi.

  • Autoritarismo e Democrazia. La Germania hitleriana era governata da un sistema politico che si proclamava autoritario e che rigettava la democrazia parlamentare ponendosi esplicitamente in opposizione ad essa. La Russia è a tutti gli effetti una repubblica presidenziale ed una democrazia parlamentare compiuta. La specificità ideologica cui la Russia è pervenuta consiste nell’affermare che il percorso democratico e la filosofia politica sottesa possono tollerare delle varianti nazionali che tengano conto delle specificità storiche e colturali dei singoli paesi. La variante russa alla democrazia parlamentare è stata descritta da alcuni esperti nazionali di scienze politiche con l’espressione di “democrazia sovrana”, una prassi politica che prevede il libero sviluppo delle realtà associative, dei corpi intermedi e della società civile, ma sotto il controllo di una “regia” affidata alle istituzioni centrali, il cui compito consiste nel salvaguardare la tenuta complessiva del sistema, la sovranità dello Stato e la sua difesa dalle ingerenze esterne. In questo sistema il compito del Presidente eletto è in qualche modo assimilabile a quello di un architetto, che traccia le direttrici strategiche di sviluppo del Paese (la cui pianificazione e la cui esecuzione pratica sono demandate alle forze partitiche, politiche e parlamentari selezionate dalla competizione elettorale) garantendo, in questo modo, il funzionamento complessivo del processo politico e la coerenza e razionalità dell’impianto complessivo. Il corollario di questa realtà (che solo con una forzatura inaccettabile può essere definita “dittatura”) è che le funzioni presidenziali nella Costituzione materiale sono forzate ad espandersi dalle sollecitazioni esterne: in altre parole è l’aggressione occidentale a rendere il potere presidenziale pervasivo, non viceversa.
  • Centralismo e Federalismo. La Germania Nazista era un Paese burocraticamente ed amministrativamente centralizzato, la Russia è un Paese federale largamente decentrato. Dal 2012 i Governatori delle regioni non sono più designati dal Presidente (come avviene, per dirne una, nella “democratica” Ucraina filo europea, come insegna il recente caso Saakashvili), ma eletti dal popolo. Il Cremlino ha mantenuto un diritto di veto di cui fa un uso estremamente residuale, al solo fine di smorzare le tensioni interetniche, segnatamente nel Caucaso settentrionale.
  • Ideologia. La Germania Nazista si fondava esplicitamente su presupposti ideologici di superiorità razziale della nazione tedesca. Per quanto la Federazione Russa abbia, a tutt’oggi, una costituzione liberale, nel dibattito politico russo si stanno affermando orientamenti di diversa matrice: tuttavia questa evoluzione non ha nulla a che fare con il nazionalismo, ed anzi va nella direzione esattamente opposta. E’ quanto risulta da un esame anche frettoloso delle posizioni dei maggiori intellettuali impegnati in questa discussione, che si svolge in gran parte sui media pubblici: il processo di revisione in corso non è incentrato sul nazionalismo grande russo (che invece è spesso e volentieri strumento più o meno consapevole dei tentativi occidentali di ingerenza nella politica nazionale). Politica e intellettuali russi si stanno misurando, infatti, con il concetto di “mondo russo”, una categoria che non ha nulla a che vedere con la nazionalità e la religione (e che anzi si propone esplicitamente come multinazionale e multi religiosa), e che intende valorizzare le identità locali nel contesto di un orizzonte di “civiltà”. In questa lettura, la Russia è uno “Stato Continente” che esprime un sistema di valori peculiare e, in sostanza, un modo specifico e originale di interpretare e vivere l’esperienza umana. Così come la “civiltà occidentale” raduna diverse religioni, lingue e nazioni, lo stesso vale per la “civiltà russa”, con la sola differenza che mentre (nella lettura prevalente in Russia) l’Occidente sacrifica sull’altare dell’economia le proprie specificità identitarie, il “mondo russo” le valorizza, sintetizzandole in un unico sistema di valori che le riassume tutte. Una simile concezione ha ovviamente estese ripercussioni sul contegno che la Russia come Stato tiene nella propria azione politica concreta. Se l’appartenenza di un individuo al “mondo russo” deriva da una adesione culturale, e non, come l’appartenenza alla “razza ariana” nazista, da un diritto di nascita, la “vittoria” russa non consisterà nella eliminazione fisica dell’avversario (effetto perfettamente conseguente della impostazione nazista), ma nella sua “conversione”. Allo stesso tempo l’obiettivo politico primario dello Stato non sarà quello di estendersi fino a ricomprendere tutti i territori abitati dai russi “etnici”, ma bensì quello di creare un sistema di relazioni internazionali con Paesi del cosiddetto “estero vicino” (Unione Eurasiatica) che possano e vogliano condividere quel complesso di riferimenti filosofici, religiosi, economici, culturali, storici, che sostanziano la categoria di “mondo russo”. E’ una concezione, come si vede, totalmente incompatibile con una politica di aggressione mirante all’egemonia mondiale ed ancora di più con una politica di supremazia intesa alla costruzione di un “Grande Impero” etnicamente omogeneo.

    L'ebraismo è una delle religioni ufficiali della Federazione Russa: questo non fa riflettere i fautori della reductio ad hitlerum

    L’ebraismo è una delle religioni ufficiali della Federazione Russa: questo non fa riflettere i fautori della reductio ad hitlerum

  • Espansione Territoriale. Ovviamente il concetto di “mondo russo”, come spiegato, non cancella né le identità delle minoranze etniche e religiose, né quella della maggioranza russa ed ortodossa. A nessuno viene chiesto di rinnegare ciò che è, perché tutte le differenze trovano una sintesi nella civiltà comune. Per questo motivo uno dei compiti primari dello Stato è quello di assicurare l’incolumità degli esponenti dei gruppi etnici che lo compongono residenti all’estero, quando minacciati dai loro governi. Per capire le ragioni degli interventi militari della Russia occorre ricordare che gli Ossetini dalla Georgia nel 2008 ed i Russi dall’Ucraina nel 2014 si sono trovati in situazioni del tutto straordinarie, non paragonabili a quella al tempo vissuta dai tedeschi in Austria o nei Sudeti. Questo (assieme a ragioni di tipo strategico collegate alla sicurezza nazionale, ragioni in realtà preminenti) spiega la decisione russa di promuovere e accettare l’adesione della Crimea, mossa però che deve essere letta come episodio straordinario dalla valenza esclusivamente difensiva (e la cui necessità è stata confermata retrospettivamente dai fatti avvenuti nel Donbass). Sebbene la decisione di procedere alla incorporazione di un territorio nella compagine statale possa evocare raffronti suggestivi con l’ascesa della potenza tedesca e l’arrendevolezza occidentale a Monaco nel 1938, e fare apparire plausibili paralleli storici opportunamente amplificati dalla propaganda atlantica, un’analisi dettagliata dei fatti ci dimostra che tali paragoni sono incongrui e ingannevoli, perché l’ideologia fondante della Federazione Russa non è nazionalista e tantomeno razzista, e perché gli interventi del 2008 e del 2014 non derivano da un progetto di costruzione (o ricostruzione) imperialista su base etnica, ma dalla necessità di difendere comunità affini seriamente sottoposte ad una minaccia grave ed immediata.
  • Contesto geopolitico. Queste osservazioni ci conducono naturalmente ad ampliare il discorso esaminando lo scenario geopolitico mondiale nel suo complesso. La semplice raffigurazione su una mappa dell’Europa della espansione ad est della NATO, espansione iniziata negli anni novanta e mai veramente arrestatasi, e la mera lista delle ripetute ingerenze (militari e non) poste in atto dalle potenze occidentali, anche in violazione della Carta delle Nazioni Unite (una rottura della legalità internazionale che i teorici nostrani pretendono addirittura di codificare attraverso l’elaborazione della categoria giuridica nota come “diritto di ingerenza umanitaria”, espressione elegante dietro cui si cela il mero arbitrio del più forte) rivela chiaramente che il fattore destabilizzante dell’ordine politico mondiale non è oggi la Russia, ma l’Alleanza Atlantica. Mentre alla Germania del dopoguerra vennero offerte strade che avrebbero potuto consentirne l’integrazione, se pur in una posizione subordinata alle potenze anglosassoni, nel sistema di relazioni politiche mondiali, i continui interventi dell’Unione Europea e della NATO in Moldavia, in Georgia, in Ucraina, in Azerbaijan e nei paesi dell’Asia Centrale, oltre ai persistenti tentativi di destabilizzare il panorama politico interno russo, mostrano chiaramente che i paesi occidentali non sono paghi della Versailles – due inflitta negli anni novanta, ma intendono, (mal)digerita del proprio sistema tutta la porzione occidentale del vecchio Patto di Varsavia, procedere nel banchetto con una Versailles – tre, allungando le grinfie su un’altra generosa porzione dello spazio ex sovietico. Il problema è che per ragioni politiche e strategiche aventi a che fare con la deterrenza nucleare e la stabilità del potere interno russo,  una simile avanzata sarebbe incompatibile con la sopravvivenza stessa della Federazione Russa come Stato unitario, il che inquadra la risposta di Mosca come una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Non solo, quindi, sotto questo aspetto, i paragoni fra Russia e Germania Nazista sono infondati, ma al contrario è l’accusa Russa, che respinge al mittente l’infamante paragone rivolgendolo contro il suo autore  ad apparire in un certo senso giustificata.

    La varietà del mondo russo è un retaggio storico che risale all'impero dei Romanov e, ancora prima, alla tolleranza etnica e religiosa della cultura dell'Asia Centrale

    La varietà del mondo russo è un retaggio storico che risale all’impero dei Romanov e, ancora prima, alla tolleranza etnica e religiosa della cultura dell’Asia Centrale

  • Gli storici hanno individuato precise ragioni economiche nello scatenamento della Seconda Guerra Mondiale. Comunemente si ritiene che le tendenze all’imperialismo siano in generale legate alle eccedenze di produzione provocate fisiologicamente dal capitalismo industriale non sottoposto a controllo. Dopo avere involontariamente strangolato la domanda interna con la depressione dei salari, i sistemi industriali capitalistici incentrati sul libero scambio internazionale, con una naturale tendenza predatoria, si rivolgerebbero all’estero alla ricerca di materie prime a basso costo e di mercati meno sviluppati, quale valvola di sfogo delle proprie eccedenze di produzione. Nello specifico caso della Germania Nazista questa spirale era aggravata dalla circostanza di avere scelto quale settore trainante del rilancio economico, oltre alle opere pubbliche, l’industria militare. L’enorme sforzo di riarmo tedesco innescò effettivamente la crescita desiderata, ma produsse l’effetto collaterale di esaurire le riserve di valuta pregiata del Paese, mettendo la classe dirigente di fronte alla scelta fra due opzioni ugualmente incerte: il rilancio (la guerra) o l’abbandono (la subordinazione al sistema economico anglosassone). Per certi versi si può quindi dire che la guerra fu una opzione fisiologicamente prodotta dal ciclo economico (inteso in senso schumpeteriano). Non servono esperti economisti per rendersi conto del fatto che le due situazioni sono del tutto incommensurabili. L’industria militare è una punta di eccellenza dell’economia russa (assieme al settore aerospaziale e a quello energetico) e tuttavia è chiaro che il profilo economico del paese lo assegna non alla categoria delle potenze in cerca di mercati per le proprie eccedenza produttive, ma bensì di quelle con una produzione industriale interna insufficiente e abbondanza di risorse, e quindi a rischio di colonizzazione da parte di soggetti economicamente più forti e tecnologicamente più progrediti. Proprio grazie al controllo nazionale delle risorse del Paese, ottenuto a prezzo di grandi sforzi durante la stagione putiniana, la Russia ha potuto costituire una enorme riserva di oro e di valute pregiate, che ora possono essere impiegate in vista dello sviluppo del Paese, malgrado le sanzioni occidentali (o forse proprio grazie ad esse).  Al contrario, ancora una volta, è la condotta dell’Unione Europea in Ucraina ad assumere tratti che ricordano da vicino l’imperialismo dei secoli passati.

    Chi aggredisce chi? Spese militari USA, Cina e Russia

    Chi aggredisce chi? Spese militari USA, Cina e Russia

In conclusione il paragone fra Hitler e Putin e fra Germania Nazista e Federazione Russa, oltre ad essere infamante sul piano morale per gli stessi che lo propongono (trattandosi in sostanza di equiparare il popolo che più ha subito gli orrori del nazismo al suo carnefice) è palesemente falso, non essendo le due situazioni assimilabili se non nell’ unica circostanza che entrambe queste creature politiche sono nate come risposta ad una aggressione dell’imperialismo anglosassone. Dopo tanti secoli il mondo funziona ancora come al tempo di Esopo: il lupo beve sempre a valle e il paragone con Hitler viene affibbiato agli aggrediti invece che agli aggressori. Siamo quindi evidentemente di fronte ad una pura falsificazione propagandistica, una falsificazione intesa a creare una giustificazione preventiva per la prossima aggressione, o, peggio, per la prossima guerra. Una falsificazione, quindi, che tutte le donne e gli uomini di pace dovrebbero non solo rifiutare ma anche denunciare con tutta la forza di cui sono capaci.

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