Ciò che sta accadendo oggi in Italia a molti ricorda un dejà vu. I militari russi sono venuti ad aiutare gli italiani colpiti da una catastrofe: e questo è ciò che già accadde più di cento anni fa! La città di Messina era stata colpita da un terribile terremoto, ma l’elenco delle vittime sarebbe potuto essere molto più lungo, se non fosse stato per i marinai della marina militare russa.

Alla fine del 1908, si trovava nel Mediterraneo il distaccamento scuola della flotta Baltica dell’Impero russo (dei cosiddetti guardiamarina): le corazzate Slava e Zesarevich, e gli incrociatori Ammiraglio Makarov e Bogatyr. Nei porti stranieri, la squadra fu accolta con sorrisetti indulgenti. Dopo la fine della guerra russo-giapponese del 1905, catastrofica per la Russia, queste navi, o perché miracolosamente sopravvissute, o perché non avevano avuto il tempo di combattere, erano ora il nucleo della flotta del Baltico.

La Slava era l’unica delle cinque corazzate classe Borodino, che nel 1905 era ancora in costruzione, e quindi non aveva partecipato alla battaglia di Tsushima, in cui andarono perdute altre quattro navi di questa classe. La Zesarevic era una volta la nave ammiraglia della flotta russa del Pacifico, di stanza a Port Arthur – e fu l’unica delle grandi navi che riuscì a fuggire dalla trappola di Port Arthur. Il Bogatyr era nel distaccamento degli incrociatori di stanza a Vladivostok, ma all’inizio della guerra s’incagliò sugli scogli, e rimase quindi nel bacino di riparazione fin quasi alla fine della guerra. La Ammiraglio Makarov era un incrociatore costruito nel dopoguerra, dello stesso tipo del Bayan, perso in guerra…

Dopo la sua perdita, la Russia dovette ristabilire una flotta nel più breve tempo possibile. Nuove navi andarono a sostituire quelle perse, ma il ferrame non significa nulla senza degli uomini che sappiano impiegarlo. A Port Arthur e a Tsushima la flotta aveva subito enormi perdite umane, ed era necessario preparare urgentemente nuovi quadri. Fu deciso di raggruppare alcune navi in una squadra speciale, che si sarebbe occupata interamente della formazione del personale per la flotta del Baltico.

La squadra dei guardiamarina era costantemente in mare: ciò che per un marinaio rappresentava la migliore preparazione. In due anni, il distaccamento aveva solcato il Baltico, raggiunto l’Artico e l’oceano Atlantico, visitato la Germania, la Norvegia, il Nord russo, il Regno Unito, la Francia, la Spagna, la Turchia, la Grecia, l’Italia, la Tunisia. Il successo di questa navigazione era indubbio – la flotta veniva rifornita di nuovi giovani specialisti. «Questi giovani di 20-23 anni costituivano la speranza della flotta, la garanzia della sua rinascita e prosperità. Sostengono degnamente la gloria secolare della bandiera di Sant’Andrea e non permetteranno più il ripetersi né di Port Arthur, né di Qingdao o Tsushima, né le insurrezioni della Potemkin e della Memoria di Azov»: così descrisse le speranze di quei giorni lo storico Rafail Melnikov.

Il 1° dicembre 1908 la squadra arrivò nel porto di Augusta, sulla costa orientale della Sicilia. Qui fu organizzata una base temporanea, e le navi uscirono in mare più volte per esercitazioni di tiro. Tuttavia, il 16 dicembre si venne a sapere del terremoto che aveva distrutto Messina. Saputo questo, il comandante del distaccamento, il contrammiraglio Vladimir Ivanovic Litvinov, senza attendere istruzioni da San Pietroburgo, ordinò immediatamente di muovere verso Messina, lasciando il Bogatyr ad Augusta per le comunicazioni.

Mentre si avvicinavano alla città, agli occhi dei marinai apparvero i segni di un terribile disastro: il mare era disseminato di detriti galleggianti degli edifici, di barche e pescherecci, delle navi strappate dagli ormeggi da un’onda di 50 metri che si era abbattuta sulla città. Quando apparve Messina – una cittadina di villeggiatura, famosa per le sue raffinate architetture e il bel lungomare – i marinai rimasero semplicemente sbigottiti dall’orrore.

Sopra Messina si alzavano colonne di fumo e fiamme che divoravano le case distrutte. Il marinaio russo Georgy Nicolajevich Chetverukhin, allora guardiamarina sulla Zesarevich, raccontò anni dopo nelle sue memorie: «Un crepuscolo fitto, un bagliore color porpora, un sinistro rombo sotterraneo, come se un’invisibile titanica forza cercasse di uscire dal sottosuolo; e sembra che la terra si stia spaccando e ti stia per inghiottire. Ma la cosa peggiore sono i gemiti delle molte migliaia di persone sepolte vive sotto le macerie. Sembrava che ogni pietra stesse urlando». Il guardiamarina Vladimir Belli era anch’egli sconvolto dalle conseguenze del disastro: «L’hotel Trinacria, dove ho alloggiato una settimana fa, è completamente distrutto, e sembra una piramide di macerie e detriti».

 

Un esempio di eroismo e dedizione

Si scoprì che il terremoto aveva cambiato di molto la linea costiera, e che aveva creato problemi di ormeggio.

Così racconta Melnikov: «Il faro semi-distrutto di Punta Roniri, il più vicino alla città, ha cambiato aspetto, divenendo simile al faro di Punta Secca, situato in lontananza. Scambiando un faro per l’altro, l’ufficiale di rotta della Slava, per la fretta di approdare e iniziare a soccorrere la popolazione, ha sbagliato nella scelta del luogo di attracco, e la nave ha gettato l’ancora là dove la profondità superava la lunghezza della catena. Questa si è srotolata con frastuono in tutta la sua lunghezza, e si è spezzata in un batter d’occhio, inabissandosi insieme all’ancora e alla boa legate ad essa. Vedendo ciò, il comandante dell’Ammiraglio Makarov, affidandosi al minore pescaggio della sua nave, ha deciso di tentare una coraggiosa manovra, ossia ormeggiare direttamente sul lungomare parzialmente crollato. Destreggiandosi tra i piroscafi e le piccole navi caoticamente ammassate, l’incrociatore è entrato nel porto a tutta velocità e, virando bruscamente, ha attraccato nei pressi dello scalo merci. Poi, su richiesta di un ufficiale italiano, furono inviate delle guardie per proteggere la Banca Nazionale. Una dopo l’altra sbarcarono dalle navi le squadre di soccorritori, armate di attrezzature antincendio e strumenti da fuochisti».

Come si scoprì, i Russi furono i primi ad arrivare in aiuto dei messinesi. I marinai si precipitarono a salvare i civili con lo stesso impeto con cui si lanciavano in battaglia.

Scrive ancora Melnikov: «Divisi in gruppi di 10-15 persone sotto il comando di guardiamarina o di ufficiali, armati di pale e picconi, i marinai, senza risparmiare le forze, hanno combattuto per cinque giorni con eccezionale dedizione per salvare la vita degli abitanti. Mettevano in salvo le persone rimaste all’interno delle case che minacciavano di crollare, sventrate e ancora miracolosamente tenute in piedi dalle travi, o estraendole dai detriti e scavando tra le macerie. Più di una volta, i soccorritori si sono ritrovati seppelliti sotto i calcinacci di edifici fatiscenti. Quelli messi in salvo venivano portati a Napoli».
Lavorarono giorno e notte, completamente dimentichi del riposo.

Nel 2003, l’ufficiale di Marina in pensione Alexei Igolnikov, che viveva a Brest, ha parlato delle gesta eroiche di suo nonno a Messina – anche lui Alexei Igolnikov, che era il nostromo sull’Ammiraglio Makarov. «Forte, sano, vero eroe russo, senza conoscere la fatica, per tre giorni soccorse i cittadini sepolti sotto le rovine. Rischiando la vita, salì al terzo piano di un muro verticale e strappò dal cornicione una donna con un bambino. E letteralmente cinque minuti dopo, a una raffica di vento, il muro crollò davanti agli occhi del pubblico incredulo. Il marito della donna salvata, colpito dal nobile gesto del marinaio, si sfilò un anello d’oro con diamante e lo consegnò a mio nonno. Si seppe che era il proprietario di una ricca dimora: il terremoto aveva sorpreso sua moglie nella stanza del bambino al terzo piano, ed ella per molte ore era rimasta in bilico sul muro oscillante dell’edificio, fino a quando apparve un temerario russo che salvò la sua famiglia. Il nonno cercò di rifiutare quel regalo così prezioso, ma il proprietario gli mise l’anello al dito e baciò la mano del marinaio. La gente intorno applaudiva l’eroe» – ha confidato Igolnikov Jr.

I russi lavorarono a Messina per cinque giorni; non solo tiravano fuori dalle macerie i messinesi sconvolti dal terrore, ma li rifornivano di acqua, pane e cibo. In totale furono salvate 2400 persone. Molti erano in condizioni terribili, con ossa rotte e ferite aperte e purulenti. La Slava e l’incrociatore Ammiraglio Makarov portarono in due riprese i feriti a Napoli – in tutto più di duemila persone.

Lo scrittore Maxim Gorky, che viveva allora in Italia, scrisse un libro sul disastro avvenuto e sul coraggio dei suoi connazionali. Egli citò i testimoni oculari: «Oh, questi Russi, che eroismo! Divisi in piccoli gruppi, ignorando i crolli imminenti degli edifici e le nuove, anche se deboli scosse di assestamento che scuotevano la terra, si arrampicavano coraggiosamente su mucchi di macerie e chiamavano: “Ehi, signore, signore!”». E se in risposta risuonava un gemito o un grido, si mettevano al lavoro, urlando delle parole apprese in italiano: “Adesso! Tenetevi forte!”».

 

Debito di gratitudine

I testimoni intervistati da Gorky raccontarono: «Ho visto tantissimi feriti tra i marinai, che continuavano a lavorare, rischiando la vita ogni volta che veniva salvato qualcuno. Si arrampicavano in posti dove la morte sembrava dietro l’angolo, ma la sconfiggevano e salvavano le persone».

L’aiuto da parte di quegli uomini forti e coraggiosi, armati di pale e picconi, incoraggiò anche i sopravvissuti al disastro, e persino i feriti non gravi iniziarono a lavorare con furiosa energia… «Viva i marinai russi! Viva la Russia!» – tuonò la città di Napoli quando i marinai della Slava scesero dalla nave, portando a braccia donne e bambini dall’agonizzante Messina. I napoletani piangevano, abbracciavano e baciavano i marinai».

A poco a poco cominciarono ad arrivare soccorritori anche da altri stati. Tuttavia, Chetverukhin, che era a capo di una delle squadre di soccorritori, ricordava che, a differenza dei Russi, “i rappresentanti di altre nazioni hanno lavorato a Messina con una certa calma, senza sforzo”.

Dopo aver completato la sua missione, la squadra russa si trasferì ad Alessandria d’Egitto. I giornali locali titolarono “Gloria agli ufficiali e ai marinai russi che non si sono risparmiati a Messina in nome dell’umanità”.

Altrettanto entusiasta era la stampa italiana – a differenza dell’attuale, che ha definito l’intervento dei militari e medici russi, arrivati ad aiutare gli italiani durante l’epidemia di coronavirus, come “inutile”. Allora, nel 1909, il governo italiano istituì anche una speciale medaglia d’argento con un nastro bianco e verde, con la quale insignì gli eroi di Messina. Alcune di queste medaglie sono state conservate fino ad oggi dalle famiglie dei partecipanti a quegli eventi. A ogni ufficiale, guardiamarina e marinaio, è stato inviato un album commemorativo con la dedica: “Dall’Italia riconoscente”. A sua volta, lo zar Nicola II, durante il ricevimento al ritorno del distaccamento del contrammiraglio Litvinov, gli disse: «Voi e i vostri marinai in pochi giorni avete fatto ciò che i nostri diplomatici non avrebbero potuto fare in anni». Più tardi, i guardiamarina diplomati del 1908 furono detti Messinesi.

La storia ebbe un risvolto inaspettato. Il 1° marzo 1911 arrivò a Messina l’incrociatore russo Aurora. In quell’occasione, il comune di Messina rivolse un appello alla popolazione: «Cittadini! Domani arriva l’incrociatore Aurora per la consegna delle medaglie dagli abitanti di Messina ai marinai della flotta del Baltico, per la dedizione e il coraggio mostrati durante il terremoto del 28 dicembre 1908. Li avete visti lanciarsi nei luoghi più pericolosi senza risparmiare le loro vite, per salvare senza ulteriori indugi la vita degli altri, nonostante l’orrore che li circondava. Voi ricordate gli esempi di eccezionale coraggio in uno scenario di morte e distruzione. Ci rivolgiamo ai coraggiosi marinai russi, ai quali la sfortuna ci ha avvicinato, con i più cordiali saluti, solennemente confermando che finché vivranno i tristi ricordi di questi giorni, essi non saranno dimenticati, e sarà eterna la nostra gratitudine e riconoscenza verso coloro che hanno mostrato splendidi esempi di umana solidarietà e di fratellanza, primi a venire in nostro aiuto».

Tutta la cittadinanza venne a salutare l’Aurora, il lungomare era gremito. Al comandante dell’incrociatore fu conferita una medaglia d’oro e uno stendardo: sullo sfondo del mare blu, le navi russe che raggiungono le coste della Sicilia per aiutare gli italiani in difficoltà. Per ironia della sorte, poco dopo la cerimonia di ricevimento scoppiò un incendio nel cinema della città! L’Aurora suonò l’allarme, e più di 150 marinai si precipitarono a spegnere le fiamme del cinema…

Questi eventi furono ricordati anche in seguito. Mezzo secolo dopo il disastro di Messina, a bordo dell’Aurora, ormeggiata perennemente a Leningrado, si tenne un ricevimento con la partecipazione dei soccorritori della città italiana ancora in vita al momento, e in due numeri del giornale Marina Sovietica furono pubblicati i loro ricordi. Nel 1978, per il settantesimo anniversario dell’evento, a Messina arrivò la torpediniera sovietica Reshitelnyj. In questa occasione, in città fu inaugurata una lapide commemorativa. A bordo della Reshitelnyj si tenne una conferenza stampa, e al contrammiraglio Nikolai Ryabinskij si avvicinò un giornalista italiano con una vecchia signora dai capelli grigi: «Signor ammiraglio, mi permetta di presentarle mia madre. Durante il terremoto di Messina, lei, allora una bambina di cinque anni, fu estratta dalle macerie da un ufficiale di una delle navi russe».

Il giornale Stella Rossa scrisse: «La scopertura della lapide è stata consacrata dallo stesso arcivescovo di Messina, Monsignore Ignazio Cannavò. Rivolto ad essa, il sindaco della città Antonio Andò pronunziò parole molte belle. In quel giorno centinaia di messinesi si presentarono ai marinai della Reshitelnyj come figli e nipoti dei salvati dai russi nel 1908, assicurando che anche i loro figli e i loro nipoti non avrebbero mai dimenticato».

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Articolo di V. Veretennikov comparso su Vzgliad del 27 marzo 2020
Tradotto in italiano da Elena Petrova il 1 aprile 2020

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