Nel suo libro Lo Stato Hitleriano del 1969, lo storico tedesco Martin Broszat descrisse come lo stato nazista apparentemente molto centralizzato fosse in realtà decisamente anarchico. Il Fuhrer, desiderando concentrare tutto il potere nelle sue mani, gestiva un sistema di divide et impera progettato per impedire ai suoi subordinati di coalizzarsi per poter contrastare la sua volontà. Piuttosto che riunirsi per prendere decisioni collettive, ciascun ministero operava separatamente, con ciascun ministro che riferiva direttamente al leader supremo. L’effetto fu quello di dare ai ministri un’enorme autonomia per perseguire politiche in contrasto con ciò che altri ministri potevano volere, con il risultato di continue lotte di potere che erano determinate dall’accesso a Hitler. L’estrema centralizzazione del potere infatti lo diffuse e rese quasi impossibile coordinare le attività tra i vari governi.

Questo problema del governo che opera in silos non connessi non è certo un caso unico della Germania nazista. Alcuni anni fa, quando la teoria della contro-insurrezione era di gran moda in alcuni stati occidentali, si parlava molto dell’“approccio complessivo del governo” e della necessità di coinvolgere tutte le parti del governo nella stessa direzione. Il fatto che questa idea sia diventata così popolare era un’indicazione che in realtà non stava accadendo. Anche gli stati occidentali altamente avanzati con sistemi burocratici relativamente efficienti lottano con questo problema. Ma c’è qualche motivo per sospettare che sia peggio in stati più autocratici, proprio perché i governanti autocratici cercano di mantenere il loro potere per avere l’ultima parola dividendo il governo in silos. Come ha sottolineato lo storico David Macdonald, questo è stato il caso della Russia imperiale, dove gli zar resistettero a tutti i tentativi di produrre un “governo unito”.

Nonostante questo, c’è la tendenza a considerare la Russia come in possesso di un sistema governativo super efficiente, in cui tutte le leve del potere statale possono essere coordinate come parte di una strategia comune in modo completamente integrato. Ho menzionato questa tendenza nel mio ultimo post, che ha discusso degli scritti di Chris Donnelly dell’Institute for Statecraft. Oggi una copia della rivista Diplomat & International Canada è atterrata sulla mia scrivania, e in essa trovo ancora un altro esempio di questa logica, nella forma di un articolo di Stephen Blank, dell’American Foreign Policy Council.

Blank dice le stesse cose di Donnelly: la Russia è in guerra con l’Occidente; è innatamente aggressiva ed espansionista; ed è straordinariamente efficace nel combinare tutti gli elementi dello stato in una strategia integrata. Cita George Kennan dicendo che “la guerra politica è l’impiego di tutti i mezzi a disposizione di una nazione, tranne la guerra, per raggiungere i suoi obiettivi”. La Russia sta facendo questo, ci viene detto. Secondo Blank, “la Russia impiega tutti gli strumenti del potere statale in un ambiente inesorabile, multidimensionale, relativamente sincronizzato e globale per costringere l’Occidente ad accettarla come uno stato equivalente all’Unione Sovietica”. Quindi procede elencando tutti i vari mezzi che la Russia sta impiegando a tal fine: militari, politici, economici, informativi, cibernetici e così via.

Trovo questo approccio curioso. Non ho mai considerato lo stato russo particolarmente efficiente. Mi sembra strano, quindi, che i suoi oppositori più in vista sembrino considerarla un tale faro di governo competente, soprattutto perché a loro piace sottolineare anche la sua natura autocratica. Come ho già detto, l’approccio “tutto il governo” non si adatta facilmente all’autocrazia. Commentatori come Donnelly e Blank vogliono descrivere la Russia come autocratica e straordinariamente abile nella strategia governativa integrata. Secondo me, questa combinazione non funziona.

Blank & C. sembrano soffrire anche di una certa schizofrenia per quanto riguarda la causa dell’ “aggressione russa”. Da un lato, incolpano il sistema di governo. Così, Blank dice che “lo stato di assedio nelle relazioni di Mosca con l’Occidente deriva direttamente dalla natura del regime stesso”. Una politica estera aggressiva è vista come necessaria per distogliere l’attenzione pubblica dalle carenze interne del regime autoritario, mentre gli sforzi per screditare la democrazia occidentale sono necessari per minare l’idea che la Russia dovrebbe svilupparsi in una direzione più democratica. D’altra parte, gli stessi commentatori che dicono questo spesso raccontano la storia che l’aggressione russa è una parte intrinseca del carattere del paese. Blank scrive quindi:

Come diceva Caterina la Grande, “Non ho modo di difendere le mie frontiere se non di espanderle”. Come profondamente credono gli scrittori russi, se la Russia non è questo tipo di grande potenza – e non può essere altro a loro avviso – smetterà di esistere.

Ma qui ci imbattiamo in una contraddizione – se il problema è nel DNA della Russia, per usare la frase di James Clapper, allora la natura del regime non ha nulla a che fare con esso, e persino un governo russo democratico liberale sarebbe altrettanto aggressivo di quello di Vladimir Putin. Si ha l’impressione che l’approccio sia solo quello di buttare giù ogni possibile idea utile per dipingere la Russia come una minaccia, indipendentemente dalla sua coerenza.

Per quello che vale, il mio punto di vista sul problema è il seguente. In primo luogo, l’idea che la Russia sia innatamente aggressiva ed espansionista è falsa. Anche se la Russia ha sicuramente agito in modo aggressivo in alcuni casi, la sua storia in questo senso non è ovviamente peggiore di quello degli altri grandi stati europei. In secondo luogo, non esiste una connessione chiara tra tipo di regime e aggressione, né nel caso della Russia né più in generale; le attuali tensioni est-ovest devono molto agli interessi contrastanti e alla struttura del sistema di sicurezza europeo, fattori che non cambieranno a prescindere da chi governa il Cremlino. E in terzo luogo, la Russia non mostra segni di essere particolarmente brillante in termini di pianificazione strategica e governo integrato; piuttosto, si agita in modo spesso incoerente, non secondo un piano generale ma in reazione agli altri e in modo spesso improvvisato. L’idea della Russia malvagia e super efficiente può essere utile per spaventare le persone, ma ha ben poco a che fare con la realtà.

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Articolo di Paul Robinson pubblicato su Irrussianality il 30 gennaio 2019
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.

 

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