Addestrati duramente, combatti con facilità.

Motto di Suvorov diventato popolare proverbio russo.

Dopo aver analizzato la vita e l’operato dell’Ammiraglio Fyodor Ushakov, possiamo passare al suo contemporaneo (sempre senza andare troppo nello specifico), Aleksandr Suvorov, anch’egli uno dei massimi rappresentanti della strategia militare russa e anch’egli mai sconfitto in battaglia.

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Aleksandr Suvorov.

Gli inizi della carriera.
Aleksandr Vasilevich Suvorov nacque il 24 novembre 1730 in una famiglia nobile originaria di Novgorod, nella residenza di Mosca del nonno materno Fedosej Manukov. Suo padre, Vasilij Suvorov, era un generale e senatore, e a quanto pare tradusse in russo le opere di Sébastien Le Prestre de Vauban, il genio delle fortificazioni francese.

Da ragazzo, Suvorov era un bambino malaticcio, e suo padre pensava che la strada del servizio civile fosse quella migliore per lui. Tuttavia, si dimostrò uno studente eccellente, studiando avidamente matematica, letteratura, filosofia e geografia, imparando a leggere il francese, il tedesco, il polacco e l’italiano. Ma, grazie alla vasta biblioteca di suo padre, si appassionò in particolare alla storia militare, alla strategia e alle tattiche, e si dedicò all’intenso studio di diversi autori militari, tra cui Plutarco, Quinto Curzio Rufo, Cornelio Nepote, Giulio Cesare e Re Carlo XII di Svezia. Ciò inoltre lo aiutò a sviluppare una buona conoscenza dell’ingegneria, degli assedi, delle artiglierie e delle fortificazioni. Cercò di superare i suoi disturbi fisici attraverso esercizi rigorosi ed esponendosi il più possibile alle intemperie. Suo padre, tuttavia, insisteva sul fatto che egli non era adatto per l’esercito. Quando Aleksandr aveva 12 anni, Abram Gannibal, un generale di origine eritrea che aveva servito sotto Pietro il Grande e che viveva nel quartiere, sentì il padre di Aleksandr lamentarsi di lui, e chiese di parlare con il bambino. Gannibal fu così impressionato dal ragazzo che persuase il padre a permettergli di perseguire la carriera che si era scelto. Suvorov entrò nell’esercito nel 1748 e prestò servizio nel Reggimento della Guardia Semënovskij per sei anni. Durante questo periodo continuò i suoi studi frequentando corsi presso il Corpo dei Cadetti delle Forze Terrestri. Nel 1751 divenne aiutante del Maggior Generale Sokovnin, e lo seguì in missione diplomatica a Dresda e a Vienna. La sua prima esperienza di combattimento fu contro i prussiani durante la Guerra dei Sette Anni (1756-1763). Partecipò alla Battaglia di Kunersdorf, forse la peggior sconfitta di Federico il Grande, al raid contro Berlino del 1760 e all’Assedio di Kolberg. Dopo essersi ripetutamente distinto in battaglia Suvorov divenne colonnello nel 1762, all’età di circa 33 anni. In seguito prestò servizio in Polonia durante la Guerra della Confederazione di Bar: catturò Cracovia nel 1768, disperse le forze polacche al comando di Kazimierz Pułaski alla Battaglia di Lanckorona e si ripeté nella Battaglia di Stołowicze, aprendo la strada alla Prima Spartizione della Polonia tra Austria, Prussia e Russia, e raggiungendo il grado di Maggior Generale.

La Guerra Russo-Turca del 1768-1774 vide le sue prime campagne di successo contro i turchi, e in particolare nella Battaglia di Kozluca gettò le basi della sua reputazione, diventando Tenente Generale nel 1774. Le sue successive vittorie ottenute contro gli Ottomani alzarono il morale dei suoi soldati, che di solito si trovavano a combattere sempre in minoranza numerica. La sua astuzia in guerra era incredibile, e si dimostrò anche un subordinato capace di agire in modo indipendente e di sua iniziativa. Questa sua indipendenza avrebbe potuto costargli caro, perché venne accusato di “azioni non autorizzate contro i turchi”, processato e condannato a morte, ma la Zarina Caterina la Grande rifiutò di far eseguire il verdetto, proclamando che “i vincitori non possono essere giudicati”.

Nel 1774, Suvorov fu inviato a sopprimere la ribellione di Yemelyan Pugachev, un cosacco che sosteneva di essere il redivivo Zar Pietro III, ma arrivò sulla scena solo in tempo per condurre il primo interrogatorio del capo dei ribelli, che era stato tradito dai suoi compagni e venne infine decapitato a Mosca. L’anno successivo si sposò con Varvara Ivanovna Prozorovskaja, rampolla dell’influente famiglia Golicyn.

La gloria contro i turchi.
Dal 1774 al 1786, Suvorov prestò servizio nel Kuban, in Crimea, nel Caucaso, in Finlandia e in Russia. Divenne Generale della Fanteria nel 1786, al termine del suo servizio nel Caucaso. Nel 1778 impedì uno sbarco turco in Crimea, impedendo un’altra guerra russo-turca. Comandò le truppe russe in Crimea dal 1782 al 1784. Nel 1783 soppresse la Rivolta dei Nogai del Kuban. A nome dell’Imperatrice Caterina II organizzò il reinsediamento dei migranti armeni sfollati dalla Crimea e diede loro il permesso di stabilire una nuova città, chiamata dagli armeni Nor Nakhichevan.

Suvorov ferito viene salvato dal Granatiere Novikov durante la Battaglia di Kinburn.

Dal 1787 al 1791 combatté nuovamente i turchi durante la Guerra Russo-Turca del 1787-1792 e vinse molte battaglie; fu ferito due volte durante la Battaglia di Kinburn (1787), dove si salvò solo grazie al coraggio del Granatiere Stepan Novikov; prese parte all’Assedio di Ochakov e nel 1789 vinse due grandi vittorie a Focşani e sul fiume Rymnik, dove una forza russo-austriaca di 25.000 uomini sbaragliò 100.000 turchi in poche ore, perdendo solo 500 uomini. In entrambe queste battaglie partecipò un corpo austriaco al comando del principe Federico Giosia di Sassonia-Coburgo-Saalfeld, ma alla Battaglia di Rymnik, Suvorov era al comando di tutte le forze alleate. Per quest’ultima vittoria, Caterina la Grande nominò Suvorov Conte di Rymnik, e l’Imperatore Giuseppe II lo nominò nuovo Conte del Sacro Romano Impero.

Suvorov guidò l’Assedio di Izmail, in Bessarabia, il 22 dicembre 1790. La sua cattura di una fortezza ritenuta imprendibile giocò un ruolo vitale nella vittoria della Russia nella guerra. Le forze turche all’interno della fortezza avevano l’ordine di resistere fino alla morte e declinarono altezzosamente l’ultimatum russo. La loro sconfitta fu vista come una grande catastrofe nell’Impero Ottomano. Alla vittoria di Suvorov venne dedicato l’inno nazionale russo non ufficiale tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, “Grom pobedy, razdavaysya!” (Che Risuoni il Tuono della Vittoria!). Suvorov diede l’annuncio della cattura di Izmail nel 1791 all’Imperatrice Caterina sotto forma di poesia. Il generale russo era infatti noto per le sue stranezze: percorreva i corridoi delle residenze reali saltellando su un piede solo “così da non consumare i pavimenti”, aveva l’abitudine di baciare il ritratto dell’Imperatrice Caterina che portavano al collo le sue dame di compagnia, causando non pochi imbarazzi, e svegliava gli accampamenti in cui si trovava mettendosi al centro di essi alle 6 di ogni mattina e imitando il verso del gallo. Non risparmiava neanche velenose frecciate e scherzi a coloro che non gli piacevano. C’è chi dice che questo suo comportamento serviva a nascondere il suo genio militare, così da far credere deliberatamente ai suoi avversari di non essere completamente lucido e non attirare troppe pericolose invidie.

La statua equestre di Suvorov al centro della piazza principale di Tiraspol. La capitale della Transnistria fu fondata proprio dal generale russo nel 1792.

Ritorno in Polonia.
Subito dopo la firma della pace con l’Impero Ottomano, Suvorov fu nuovamente trasferito in Polonia, dove assunse il comando di uno dei corpi d’armata e prese parte alla Battaglia di Brest e alla Battaglia di Maciejowice, nella quale catturò il comandante in capo polacco Tadeusz Kościuszko. Il 4 novembre 1794, le forze di Suvorov assalirono Varsavia e conquistarono il quartiere Praga.

La decisiva Battaglia di Praga abbatté il morale dei difensori e pose fine alla Rivolta di Kościuszko. Sebbene Suvorov ordinò ai suoi uomini di risparmiare i civili ed evacuarli, come aveva fatto in altre occasioni, la battaglia si diffuse nelle strade, e gli insorti si nascosero nelle abitazioni private giurando di combattere fino all’ultimo uomo. Molti civili morirono insieme ai ribelli o furono uccisi per vendicare il massacro della guarnigione russa a Varsavia, quando duemila militari russi di stanza a Varsavia vennero massacrati dai soldati polacchi e da una folla armata. Nonostante la furia delle sue truppe, migliaia di polacchi furono presi vivi e la maggior parte di quelli catturati a Praga furono presto rilasciati da Suvorov.

Dopo la vittoria, Suvorov inviò un rapporto alla sua sovrana composto di sole tre parole: “Urrà, Varsavia è nostra!” (Ура, Варшава наша!). Caterina rispose con solo due parole, che tra l’altro annunciavano la promozione di Suvorov: “Urrà, Feldmaresciallo!” (Ура, фельдмаршал!). Suvorov rimase in Polonia fino al 1795, quando tornò a San Pietroburgo. Ma la sua sovrana e amica Caterina II morì nel 1796, e il suo figlio e successore Paolo I licenziò Suvorov, facendolo cadere in disgrazia.

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Suvorov al Passo del San Gottardo.

L’apogeo in Italia e in Svizzera e l’epilogo.
Suvorov era un confidente di Caterina, ma col di lei figlio ed erede apparente Paolo aveva un rapporto negativo. Da principe, Paolo era fanaticamente interessato alle uniformi appariscenti ma scomode, alle parate, alle esercitazioni e alle punizioni corporali comuni nell’esercito prussiano. Aveva persino un proprio reggimento di soldati russi che indossavano uniformi in stile prussiano. Suvorov era fortemente contrario a queste uniformi e aveva combattuto duramente perché Caterina si sbarazzasse di queste uniformi, che l’esercito russo aveva abbandonato nel 1784.

Quando Caterina morì di infarto nel 1796, Paolo I fu incoronato imperatore e adottò di nuovo queste divise antiquate. Suvorov non fu contento di ciò e ignorò l’ordine di Paolo di addestrare i soldati alla maniera prussiana, che considerava crudele e inutile. Paolo si infuriò e licenziò Suvorov, che venne esiliato nella sua tenuta di Kontšanskoje, vicino a Boroviči, e tenuto sotto sorveglianza. Anche la sua corrispondenza con la moglie, rimasta a Mosca per la crisi del suo matrimonio, veniva intercettata. La domenica suonava la campana per la chiesa e cantava nel coro del villaggio assieme ai contadini. Nei giorni feriali lavorava con loro indossando un camice.

Nel febbraio 1799, Paolo I, preoccupato per le vittorie della Francia in Europa durante le Guerre Rivoluzionarie francesi e su insistenza dei leader della coalizione, fu costretto a reintegrare Suvorov come feldmaresciallo. A Suvorov fu dato il comando dell’armata austro-russa e fu inviato a cacciare le forze francesi fuori dall’Italia. Arrivato in Italia, tutte le conquiste fatte da Napoleone nel 1796 e nel 1797 vennero cancellate, e Suvorov dimostrò tutta la sua maestria sconfiggendo alcuni dei migliori generali della repubblica: alla Battaglia di Cassano d’Adda sconfisse Moreau, alla Battaglia della Trebbia toccò a Macdonald essere ridotto a pezza da piedi, e Joubert non uscì vivo dalla Battaglia di Novi. Avanzò fino a conquistare Milano e divenne un eroe per gli oppositori della Rivoluzione Francese. Le truppe francesi furono cacciate dall’Italia, tranne una manciata sulle Alpi Marittime e intorno a Genova. Carlo Emanuele IV di Savoia nominò Suvorov Principe di Casa Savoia.

Dopo la vittoriosa campagna italiana, Suvorov progettò di marciare su Parigi, ma fu invece inviato in Svizzera per unirsi alle forze russe già presenti lì e cacciare i francesi, ma il Generale Rimskij-Korsakov dimostrò tutta la sua incompetenza e la sua armata fu sconfitta da Massena a Zurigo prima che Suvorov potesse raggiungerla. Circondato dalle 80.000 truppe francesi di Massena, Suvorov, con una forza di 18.000 regolari russi e 5.000 cosacchi, esausti e senza provviste, decise una ritirata strategica dalle Alpi. Sperava di farsi strada attraverso i passi svizzeri verso l’Alto Reno e di arrivare al Vorarlberg, dove l’esercito, a pezzi e quasi senza cavalli e artiglieria, avrebbe trovato riparo nei quartieri invernali. Quando Suvorov si fece strada attraverso le Alpi innevate, il suo esercito venne messo a dura prova ma mai sconfitto. Suvorov si rifiutò di definirla una ritirata e iniziò un viaggio attraverso il Passo Panix e le montagne alte 3000 metri del Canton Grigioni, ormai immerse nella neve. Migliaia di russi scivolarono dalle rupi o morirono di freddo e fame, ma alla fine sfuggirono all’accerchiamento e raggiunsero Coira, sul Reno. Per questa ritirata strategica Suvorov si guadagnò il soprannome di Annibale russo e venne di nuovo promosso, diventando il quarto generalissimo della storia russa.

Gli fu ufficialmente promesso un trionfo militare in Russia, ma l’Imperatore Paolo annullò la cerimonia e richiamò le armate russe dall’Europa. All’inizio del 1800 Suvorov tornò a San Pietroburgo, e chiese udienza a Paolo, che però si fece negare. Esausto e malato, il vecchio veterano morì pochi giorni dopo, il 18 maggio 1800, a San Pietroburgo, all’età di 69 anni. Suvorov era destinato a ricevere gli onori funebri di un generalissimo, ma fu sepolto come un semplice feldmaresciallo a causa dell’interferenza diretta di Paolo. Le uniche persone importanti presenti al suo funerale furono Lord Whitworth, l’ambasciatore britannico, e il poeta Gavrila Deržavin. Suvorov è sepolto nella Chiesa dell’Annunciazione nel Monastero di Aleksandr Nevskij e l’epitaffio sulla sua tomba recita semplicemente, come da lui stesso richiesto “Qui giace Suvorov”.

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Suvorov e i suoi soldati attraversano le Alpi.

Conclusione.
Un uomo semplice che durante le campagne militari viveva come l’ultimo dei fanti, condividendo tutte le ristrettezze del caso con i suoi sottoposti, coi quali sviluppava un rapporto quasi paterno ricambiato dalla massima lealtà. Alla fine della sua esistenza Suvorov aveva combattuto 63 battaglie e non ne aveva persa neanche una. Sempre nel punto più esposto del campo di battaglia, non indossava mai abiti pesanti d’inverno e dormiva sempre su un pagliericcio.

Credeva che la vittoria in battaglia dipendesse da una pianificazione attenta, da una strategia dettagliata, dal morale, dall’addestramento e dall’iniziativa dei singoli, poneva l’accento sulla mobilità, la velocità, la precisione del tiro e l’uso della baionetta. Il suo principio guida era trovare il punto debole dell’avversario e concentrare attacchi devastanti su di esso, in battaglia il suo scopo ultimo era distruggere completamente il nemico e infliggergli quante più perdite possibili, così che la vittoria fosse il più decisiva possibile e gli avversari non potessero riprendersi con facilità dalla sconfitta. In pratica tutte le sue tattiche erano volte all’offensiva, come esemplificato dai suoi vari aforismi, alcuni dei quali raccolti nel suo notissimo manuale militare La Scienza della Vittoria:

Il proiettile è cieco, ma la baionetta ci vede benissimo.

Per me è meglio morire che mettersi sulla difensiva.

Combatti il nemico con le armi che non ha.

Quando il nemico si ritira abbiamo fallito, e quando viene isolato, accerchiato e disperso abbiamo avuto successo.

Fin quando il nemico combatte dobbiamo assalirlo senza tregua, ma un nemico sconfitto, specialmente la popolazione civile, deve essere trattato con generosità.

Giudizio, velocità e attacco sono le basi della vittoria.

A seconda di chi si trovava di fronte utilizzava diverse formazioni da combattimento: contro i turchi disponeva le sue truppe in quadrati, contro i polacchi utilizzava le classiche linee e contro i francesi si risolse a ritorcere contro di essi il loro ultimo ritrovato in termini di formazioni da battaglia, le colonne. Aveva una stima immensa per Napoleone, ma i due non si incontrarono mai: mentre Suvorov combatteva in Italia, il futuro imperatore dei francesi guidava la Campagna d’Egitto, e il generale russo non visse abbastanza per assistere alle Guerre Napoleoniche. Ancora oggi molti storici si domandano chi dei due fosse il generale migliore e come sarebbe andato a finire un eventuale scontro tra i due.

Per tutto questo Aleksandr Suvorov è ricordato in tutta la Russia come un eroe quasi leggendario, e nel mondo come uno dei massimi esponenti dell’arte militare.

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Articolo di Raffaele Ucci per Saker Italia.

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