Proprio mentre sembrava essersi assopito sugli allori dei successi in politica estera e della normalizzazione in politica interna, il Paese Enorme si è levato. Non solo si è levato, ma si è messo a correre (secondo le ultime indiscrezioni: cambio di Governo e di Procura Generale, varo della riforma costituzionale, voto parlamentare in due letture, referendum confermativo: pacchetto completo consegnato in tre – mesi – tre). Insomma, la Russia si muove e tutti ora si chiedono in che direzione Putin intenda dirigerla.

Il problema ha due facce, economica ed istituzionale.

Economicamente la Russia non va malissimo, ma nemmeno bene: è uscita da una grave recessione (fine 2014-inizio 2016), ma presente e futuro prossimo sono lastricati di “più uno virgola” che permettono e permetteranno di tenere in piedi il sistema ma non daranno al paese un “miracolo” paragonabile a quello degli anni trenta del novecento, ovvero una gamba economica che stia al passo con quella militare.

Di un nuovo “miracolo economico” oggi c’è assoluto bisogno, per consolidare all’interno le istituzioni e per vincere, all’esterno, la sfida economico culturale lanciata dai procuratori atlantici, prima di tutto dall’ Ucraina di Zelensky. Il quale si presenta formalmente come interlocutore più dialogante, ma mantiene alto il livello dello scontro culturale, tirando dritto sulla strada della formattazione pro occidentale delle teste degli Ucraini (chiusura delle scuole russofone) e proponendo una strategia economica di privatizzazione e deregolamentazione confezionata in un messaggio accattivante ed informale, che strizza l’occhio alle classi medie urbane russe e che fa a pugni con l’interventismo statale e la cifra stilistica rituale e gerarchica scritta nel codice genetico della politica russa almeno dal tempo di Pietro.

Se per fermare Poroshenko, un truce arraffone che si presentava come il sacerdote di una chiesa scismatica, con i propri chierici (Epifanio & co.) e di propri eroi (Bandera & co.), insomma un falso zar con sede a Kiev, bastavano Strelkov e Motorola, per arginare l’ateismo mercantile di Zelensky serve molto di più: un’ economia performante, che conservi ed anzi aumenti la sperequazione di tenore di vita esistente fra Russia e Ucraina, e che colmi quella che distanzia ancora la Russia dall’ Europa occidentale.

Quindi, mettere il turbo al paese prima di uscire di scena: ma come? Nell’ ultima campagna elettorale Putin ha lanciato i cosiddetti “progetti nazionali”: 12 cantieri faraonici destinati a cambiare la faccia del paese e modernizzarlo entro la fine del secondo mandato (2024). Incassato l’agognato 70 (% dei voti) su 70 (% di affluenza), il Presidente ha chiarito che i progetti non erano solo uno spot: i “decreti di maggio” hanno tracciato i contorni operativi dell’iniziativa. Poi, la palla è passata al governo. Ed è sparita.

Anton Siluanov: il suo piano di privatizzazioni, concordato con il FMI, è stato affossato dalla presidenza

Ad oggi, infatti, la sorte dei “progetti nazionali” non è chiara. Serve un mare di soldi (la previsione era circa 80 miliardi di dollari nel triennio, ma forse 400, non si capisce bene): dove prenderli? Il vice premier Siluanov, incaricato di reperire i fondi, le ha pensate tutte. Investimenti stranieri? No. Ci sono le sanzioni, e poi gli investitori vogliono asset redditizi, non progetti per la costruzione di discariche e per il sostegno alla natalità. Privatizzazioni? Ancora no: il piano concordato con il FMI è stato affondato dal consigliere presidenziale Andrej Belousov, che nel nuovo governo ha addirittura sostituito Siluanov nella carica di vice premier. Utilizzare il salvadanaio del “fondo di riserva”, ovvero gli accantonamenti destinati ad attutire gli effetti di eventuali cadute del prezzo del petrolio, che ha salvato il collo a Putin durante la recessione e che è immobilizzato in fondi esteri? Fin ora non se n’è fatto nulla, ma questa idea piace molto anche allo stesso Belousov, e quindi non è detto che non possa decollare con il nuovo governo.

Con Medvedev, comunque, i piani nazionali erano al palo: secondo il Ministero delle Finanze nell’ anno 2019 sono stati spesi circa 22 miliardi di dollari, di cui 7 in sostegno alla maternità. A livello di percezione, però, non paiono avvertirsi grossi benefici per l’ uomo della strada (che invece ha preso nota dell’aumento dell’IVA, unico sistema trovato sin ora per racimolare qualche spicciolo) e soprattutto per l’economia, tanto che la Cassandra Kudrin, storico beniamino dei giornaloni liberali e presidente della Camera dei Conti, l’ha cantata chiara a Putin ancora e ancora: i progetti nazionali non funzioneranno.

Poi c’è il problema della povertà. Il numero dei poveri si aggira intorno ai venti milioni e gli sforzi di ridurlo sembrano vani. Il governo ha aumentato drasticamente il salario minimo (da 7.500 a 12.130 rubli in 4 anni) ma questo non sembra avere avuto grandi ripercussioni, ed anzi a livello statistico ha peggiorato la situazione, visto che proprio il salario minimo è il parametro di riferimento per censire chi versa in stato di indigenza.

Come uscire da questo impasse? Belousov potrebbe essere una mezza risposta al problema: una ricetta keynesiana che punti sull’ aumento dei salari come leva per rilanciare la produttività e sugli investimenti infrastrutturali finanziati dal fondo di riserva, chiudendo la striscia apparentemente interminabile degli avanzi di bilancio, fino a che l’inflazione, attualmente ai minimi storici, non dovesse tornare un problema serio. Potrebbe funzionare.

Il condizionale, però, è d’obbligo. Sin ora, infatti, Putin è sempre stato a dir poco guardingo nei confronti di questo tipo di soluzioni, preferendo la classica impostazione liberale: l’offerta crea la domanda. Pregiudizio sostenuto da timori anche comprensibili: preda di una eventuale crisi finanziaria da shock petrolifero la Russia non potrebbe certo sperare nel soccorso o nella clemenza dei mitici “mercati”.

il nuovo vice premier Andrej Belousov: da lui un nuovo approccio alla politica economica?

Quindi non resta (secondo Putin) che puntare sulla modernizzazione tecnologica. Se al tempo di Pietro il Grande per restare al passo con l’Occidente servivano le flotte, ed al tempo di Stalin i carri armati, ora il fronte dell’innovazione è quello digitale. Del resto Putin l’ha detto e ripetuto: l’intelligenza artificiale sarà la nuova arma nucleare, anzi “l’invenzione finale della storia dell’ umanità”: ecco da dove nasce l’opzione Mishustin, uno smanettone liberale con pochi grilli per la testa che però è riuscito a fare aumentare del 64% in cinque anni il gettito dell’IVA (beh, un 10% dell’aumento, come abbiamo visto, è farina del sacco di Medvedev). Parafrasando il celebre detto di Lenin, un predecessore che Vova non ama ma con cui ha tanto in comune, secondo cui comunismo era “potere ai soviet ed elettrificazione”, possiamo dire che, oggi, “putinismo è potere ai tecnici ed informatizzazione”.

Insomma, Putin è in cerca di un moltiplicatore cibernetico di pani e pesci che, intaccando il meno possibile la disciplina di bilancio, possa quadrare l’eterno cerchio di come finanziare la modernizzazione russa, posto che oggi, a differenza dei secoli scorsi, non ci sono più servi della gleba da tartassare o contadini da collettivizzare. Sempre al veliki perelom alla “grande frattura” digitale si chiede di capire dove stiano finendo i soldi stanziati per i progetti nazionali e, se possibile, trovarne altri e fare funzionare tutta la macchina. Tutto questo dovrebbe mettere l’economia russa in carreggiata prima della fine del mandato di Putin producendo la prosperità necessaria alla tenuta istituzionale del paese durante il passaggio dei poteri.

Mikhail Mishustin: a lui è richiesto un miracolo digitale per far decollare l’economia

In attesa del miracolo, le fondamenta del sistema vengono messe in sicurezza dalla riforma costituzionale, che tiene in debita considerazione le basi sociali della Russia contemporanea. E’ l’altra faccia del problema: quella istituzionale. Definitivamente archiviato il tentativo medevdeviano di arricchire la classe medio alta delle metropoli (che ha subito azzannato la mano che la stava nutrendo e che è stata ricondotta nei ranghi dalla svalutazione del 2016) Putin fonda la nuova Russia su di un patto fra gli alti burocrati, i manager ed i dipendenti delle partecipate statali (circa un terzo della forza lavoro), e le parti deboli e debolissime del corpo sociale: province remote, nazionalità minoritarie, pensionati e sottoproletari, chiamati a sostenere con il proprio voto il blocco nazionale in cambio della garanzia, inserita in Costituzione, che lo stato si occuperà della loro sopravvivenza.

In un quadro così delineato prende forma la redistribuzione di poteri che solo una stampa cieca come la nostra può considerare nell’ esclusiva ottica di una prorogatio del Presidente in carica e che invece rappresenta già un assaggio di una Russia putiniana (sovrana, statalista, gerarchica, eticamente conservatrice, in una parola: russa) senza Putin. Risolto il problema della rotta, infatti, quello dell’identità del timoniere non dovrebbe essere più così assillante, anzi un approccio collegiale (delineato dal trasferimento dei poteri dalla presidenza al Parlamento) risulterebbe quasi preferibile, per evitare che una singola personalità mediocre (o, peggio, dalle doppie lealtà: si vedano gli emendamenti costituzionali che precludono le alte cariche a chi ha un passaporto o un permesso si soggiorno straniero) possa rovinare l’ambizioso progetto del fondatore.

Ora mettiamoci per un attimo, previo opportuno congelamento dell’attitudine al pensiero critico, nei panni degli esperti a gettone chiamati a parlare di Russia sui media. Sebbene si presentino come analisti o giornalisti, il loro lavoro ha di solito poco a che fare con l’illustrazione obiettiva di una rivalità strategica. Sono piuttosto narratori di fiabe, che il cui compito è spaventare le masse con l’immagine di un cattivo bidimensionale, la cui malvagità è gratuita, fine a sé stessa.

Per anni questi soloni hanno previsto che Putin avrebbe rimosso il limite al doppio mandato per restare in eterno al timone dello stato. Ormai è chiaro che gli è andata buca. Eccoli allora inventarsi macchinosi scenari in cui il malvagio Kashej (il non morto del folklore popolare slavo) resta in sella unendo la Russia alla Bielorussia (un evergreen già in voga nel 2008), insediandosi nel Consiglio di Stato, o mantenendo il controllo del Parlamento. Che iella: ad inchiostro ancora fresco è già chiaro che lo Stato Riunito non si fa, e Putin annuncia: la Russia non sarà una Repubblica parlamentare e non ci saranno autorità sovraordinate al Presidente. Putin se ne va, nella costernazione dei think tank, lasciando, per fortuna, uno spunto narrativo che verrà certamente colto: il cattivo che vive oltre la morte, come appunto Kashej o, con un paragone preso in prestito da Hollywood, come  l’imperatore zombie della saga di Guerre Stellari.

Al di fuori della fiaba, che impone una personalizzazione banalizzante delle dinamiche politiche, resta la realtà di una rivalità strategica che prescinde dalle personalità, per quanto ingombranti, che la incarnano temporaneamente, e che potrà essere mediata solo previo riconoscimento reciproco della pari dignità degli interessi contrapposti.

Putin sta preparando la Russia al dopo Putin: dopo la sua uscita di scena, l’esperimento socio politico che Vladislav Surkov ha felicemente battezzato “lo stato duraturo di Putin” e che si potrebbe, meno enfaticamente, designare “Russia Sovrana” continuerà, per il semplice fatto che è il vettore più adatto a veicolare gli interessi del popolo russo.

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Articolo di Marco Bordoni per Saker Italia

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