L’argomento della conferenza di Valdai di quest’anno è Società fra Guerra e Pace: Superare le Logiche del Conflitto nel Mondo di Domani. Nel periodo fra il 19 ed il 22 ottobre, esperti da oltre 30 paesi hanno preso in considerazione vari aspetti della percezione della guerra e della pace nella consapevolezza del pubblico e nelle relazione internazionali, della religione e delle interazioni economiche fra Stati.

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Presidente della Russia, Vladimir Putin: Colleghi, signore e signori,

Permettetemi di salutarvi qui, a questo incontro periodico del Club Internazionale di Valdai. E’ vero che per oltre 10 anni questo è stato il contesto per discutere gli argomenti più urgenti e considerare le direzioni e le prospettive di sviluppo della Russia e del mondo intero. I partecipanti cambiano naturalmente ma, nel complesso, questo appuntamento di confronto mantiene la sua essenza, per così dire, ci siamo trasformati in una sorta di ambiente di mutua comprensione.

Qui la discussione è aperta: questo è un contesto intellettualmente libero per uno scambio di punti di vista, valutazioni e previsioni che sono molto importanti per noi, qui in Russia. Vorrei ringraziare tutti i politici, gli esperti, i funzionari pubblici ed i giornalisti russi e stranieri che hanno preso parte a questo incontri.

Quest’anno la discussione ha per oggetto la guerra e la pace. Questo argomento è chiaramente stato oggetto di preoccupazione per l’umanità durante l’intero corso della storia. Se risaliamo all’antichità, già allora la gente si interrogava sulla natura, sulle cause dei conflitti, sulla legittimità ed illegittimità dell’uso della forza, sulla questione se le guerre avrebbero accompagnato per sempre lo sviluppo della civiltà, con la sola interruzione di tregue temporanee, o sarebbe venuto un tempo in cui le dispute ed i conflitti sarebbero stati risolti senza la guerra.

Sono sicuro che voi qui abbiate ricordato il nostro grande scrittore Leone Tolstoj. Nel suo famoso romanzo “Guerra e Pace” scrisse che la guerra è in contrasto con la ragione e con la natura umana, mentre, secondo lui, la pace era un bene per la gente.

E’ vero: la pace, una vita pacifica, sono sempre stati un ideale per l’umanità. Statisti, filosofi e legislatori hanno sempre promosso modelli per una interazione pacifica fra le nazioni. Varie coalizioni ed alleanze hanno proclamato che la loro finalità era assicurare una pace lunga e duratura, come si suole dire In ogni caso il problema è che spesso queste coalizioni hanno poi scelto la guerra come strumento per risolvere le contraddizioni che lievitavano al loro interno, mentre la guerra stessa ha poi fornito la base per stabilire nuove gerarchie post belliche nel mondo.

In effetti la pace, come stato nella dinamica politica mondiale, non è mai stata permanente e non si è mai prodotta da sola. I periodi di pace nella storia europea e mondiale si sono sempre basati sul mantenimento degli equilibri di forze esistenti. Questo è accaduto nel diciassettesimo secolo, al tempo della cosiddetta Pace di Westfalia, che mise fine alla guerra dei 30 anni. Poi nel ventesimo secolo, al tempo del Congresso di Vienna; e di nuovo 70 anni fa a Yalta, quando i vincitori sul Nazismo presero la decisione di costituire l’Organizzazione delle Nazioni Unite e di stabilire i principi base delle relazioni fra Stati.

Con la comparsa di armi nucleari è diventato chiaro che in una guerra mondiale non ci sarebbero vincitori. Ci sarebbe solo un esito possibile: la reciproca distruzione assicurata. Così è accaduto che nel suo sforzo per creare armi sempre più distruttive il genere umano ha fatto si che ogni grande guerra sarebbe inutile.

Di tanto in tanto i capi politici del mondo negli anni cinquanta, sessanta, settanta ed ancora ottanta, hanno minacciato di usare la forza militare come misura eccezionale. Tuttavia si sono comportati responsabilmente, soppesando tutte le circostanze e le conseguenze possibili.

La fine della Guerra Fredda ha posto fine alla contrapposizione ideologica, ma le questioni che avrebbero potuto provocare delle divergenze o dei conflitti geopolitici sono rimaste sul tavolo. Gli Stati hanno sempre avuto, ed avranno sempre i loro interessi contrapposti, mentre il corso della storia mondiale è sempre stato contraddistinto dalla competizione fra nazioni ed alleanze di nazioni: tutto questo è assolutamente naturale.

La nostra prima preoccupazione è assicurarci che questa competizione si sviluppi all’interno di una cornice di norme e regole politiche, legali e morali prestabilite. Diversamente la competizione e i conflitti di interesse potrebbe portare a crisi acute e ad esplosioni drammatiche.

Abbiamo assistito molte volte, in passato, a questo tipo di sviluppi. Oggi, sfortunatamente, siamo nuovamente giunti a fronteggiare situazioni di questo tipo. I tentativi di promuovere un modello di dominio unilaterale, come ho detto in numerose occasioni, hanno prodotto una alterazione degli equilibri che governano il sistema del diritto internazionale e delle norme che disciplinano i processi globali, il che significa che esiste il pericolo che la competizione politica, economica e militare possa sfuggire dal nostro controllo.

Ad esempio: che pericoli potrebbe comportare per la sicurezza internazionale questa competizione incontrollata? Un numero crescente di conflitti regionali, specialmente in aree di confine, dove gli interessi delle nazioni principali entrano in contrasto. Il possibile naufragio del sistema di non proliferazione delle armi di distruzione di massa (altra eventualità che considero molto pericolosa) che potrebbe, come risultato, innescare una nuova spirale di corsa agli armamenti.

Abbiamo già assistito all’apparizione del concetto del cosiddetto “primo colpo disarmante”, che prevede l’utilizzo di armi non nucleari a lungo raggio e ad alta precisione dagli effetti comparabili a quelli di armi nucleari.

L’utilizzo della minaccia di un attacco missilistico nucleare iraniano a guisa di pretesto, come sappiamo, ha distrutto la base fondante della moderna sicurezza internazionale, il Trattato Anti-Missili Balistici. Gli Stati Uniti hanno denunciato il trattato in maniera unilaterale. Lo diciamo per inciso: oggi abbiamo risolto la questione iraniana e non c’è più alcuna minaccia dall’Iran come, l’ho appena detto, non c’ è mai stata.

Il fattore che sembrava avere condotto i nostri interlocutori Americani a costruire un sistema di difesa anti-missile è venuto meno. Sarebbe ragionevole attendersi che i programmi per lo sviluppo del sistema di difesa anti-missile USA vengano dismessi. Invece: che succede? Nulla del genere; anzi, l’opposto: tutto continua.

13 dicembre 2001: gli Stati Uniti denunciano il Trattato ABM

13 dicembre 2001: gli Stati Uniti denunciano il Trattato ABM

Recentemente gli Stati Uniti hanno condotto il primo test del sistema di difesa anti-missile in Europa. Cosa significa? Significa che avevamo ragione quando ci impuntavamo con i nostri interlocutori Americani. Cercavano ancora una volta di ingannare noi e il mondo intero. Per dire pane al pane: stavano mentendo. La fantomatica minaccia iraniana non c’entrava nulla, non è mai esistita. Quello che si voleva davvero fare era distruggere l’equilibrio strategico, alterare i rapporti di forze a proprio favore, non solo per procurarsi una superiorità, ma per mettersi nella condizione di dettare a chiunque la propria volontà: ai propri avversari geopolitici e, credo, anche ai propri alleati. Questo è uno scenario molto pericoloso, minaccioso per tutti, inclusi, credo, gli stessi Stati Uniti.

Il deterrente nucleare ha perso la sua efficacia. Qualcuno probabilmente ha addiritura concepito l’illusione che sia nuovamente possibile per una parte vincere una guerra mondiale senza conseguenze irrimediabili, inaccettabili (come avvertono gli esperti) per il vincitore, ammesso che ce ne possa essere uno.

Negli ultimi 25 anni le riserve verso l’utilizzo della forza si sono ridotte sensibilmente. La vaccinazione contro la voglia di guerra, assunta da tutti noi a livello psicologico, subconscio, dopo due guerre mondiali, si è indebolita. La percezione stessa della guerra è mutata: per i telespettatori è divenuta man mano ed ormai è considerata una raffigurazione di intrattenimento mediatico, come se nessuno morisse nei combattimenti, come se la gente non soffrisse e come se intere città ed interi paesi non venissero distrutti.

Sfortunatamente la terminologia militare sta diventando parte della nostra vita quotidiana. Nello stesso modo, guerre commerciali e sanzioni sono diventate una realtà nell’economia globale di oggi: questa frase è ormai un luogo comune nel linguaggio usato dai media. Le sanzioni, d’altronde, sono spesso utilizzate come strumento di concorrenza sleale per stressare o azzerare la competizione nei mercati. Come esempio potrei additare il dilagare patologico di multe imposte a società, comprese società europee, da parte degli Stati Uniti. Si utilizzano pretesti inconsistenti, e tutti quelli che osano violare le sanzioni unilaterali americane vengono severamente puniti.

Sapete, potrebbero anche non essere affari della Russia, ma questo è un forum di discussione, e allora chiedo: è questo il modo di trattare degli alleati? No, questo è il modo di trattare vassalli che si sono azzardati ad agire secondo la propria volontà, e che vengono colpiti per punizione.

L’anno scorso è stata irrogata una multa ad una banca francese per un totale di quasi 9 miliardi di dollari, 8,9 miliardi, credo. La Toyota ha pagato 1,2 miliardi, mentre la Commerzbank tedesca ha sottoscritto un accordo per pagare 1,7 miliardi al bilancio americano, e così via.

Osserviamo nel contempo lo sviluppo di un processo inteso a creare blocchi economici non trasparenti, un processo sviluppato seguendo praticamente tutte le regole della cospirazione. La finalità è ovvia: riorganizzare l’economia mondiale in un modo che possa rendere possibile assicurarsi maggiori profitti grazie alla superiorità ed al differenziale esistente negli standard che regolano l’economia, il commercio e la tecnologia.

La creazione di blocchi economici attraverso l’imposizione delle regole degli attori principali non renderebbe ovviamente il mondo più sicuro, ma produrrebbe solo bombe a tempo, precondizioni per ulteriori conflitti.

Una volta c’era l’Organizzazione Mondiale del Commercio. E’ vero, la discussione non procede in maniera brillante in quel contesto, e la tornata negoziale di Doha si è risolta in un nulla di fatto. Ma dovremmo continuare a cercare soluzioni e compromessi, perché solo il compromesso può portarci alla creazione di un sistema di relazioni durature in ogni ambito, inclusa l’economia. Al contrario, se ignoriamo le preoccupazioni di alcuni paesi, partecipanti ai colloqui economici, se diamo per scontato che possano essere lasciati in disparte, le contraddizioni non si risolveranno, rimarranno. Il che significa che presto o tardi faranno sentire i loro effetti.

Come sapete, il nostro approccio è diverso. Nell’accingerci a creare l’Unione Economica Eurasiatica, abbiamo provato a sviluppare le relazioni con i nostri interlocutori, incluse interconnessioni con l’Iniziativa Economica della Via della Seta cinese. Lavoriamo attivamente su di un piede di parità con i paesi del BRICS, dell’APEC e del G20.

Oggi lo spazio mediatico globale è a sua volta scosso da vere e proprie guerre, come si suol dire. Il “solo corretto” punto di vista, l’unica interpretazione degli eventi vengono imposti alla gente; certi fatti sono nascosti o manipolati. Ci siamo tutti abituati all’usanza di etichettare e di creare l’immagine di un nemico.

Le autorità di paesi che sembravano essersi sempre conformate a valori come la libertà di parola e la libera circolazione dell’informazione, una storia che abbiamo ascoltato tanto spesso nel passato, oggi cercano di impedire la diffusione di informazione oggettiva e di ogni opinione che differisca dalla loro. La chiamano “propaganda ostile” che bisogna combattere, utilizzando sistemi chiaramente antidemocratici.

Sfortunatamente ascoltiamo le parole “guerra” e “conflitto” con frequenza sempre maggiore, quando parliamo di relazioni fra genti di diverse culture, religioni ed etnie. Oggi centinaia di migliaia di migranti tentano di integrarsi in una società diversa senza avere un mestiere e senza conoscere la lingua, le tradizioni e la cultura dei paesi in cui vanno a stabilirsi. D’altra parte i residenti di quei paesi (e dobbiamo prendere atto apertamente di questo, senza cercare di abbellire la situazione) i residenti, dicevo, sono irritati dalla preponderanza degli stranieri, dal peggioramento delle statistiche relative ai tassi di criminalità, dai soldi dei bilanci statali spesi per i rifugiati.

Nel corso del 2015 il protrarsi della crisi Siriana ha prodotto un flusso di profughi diretti verso l'Europa

Nel corso del 2015 il protrarsi della crisi Siriana ha prodotto un flusso di profughi diretti verso l’Europa

Certo, molte persone provano un sentimento di solidarietà per i rifugiati, e vorrebbero aiutarli. Il problema è come farlo senza penalizzare gli interessi dei residenti dei paesi di destinazione. In mancanza, lo scontro incontrollato e traumatico di differenti stili di vita può produrre (e in effetti sta già producendo) una impennata di nazionalismo ed intolleranza, e fare affiorare conflitti permanenti in seno alla società.

Colleghi, dobbiamo essere realisti: il potere militare naturalmente è, e rimarrà per un lungo periodo di tempo ancora, uno strumento di politica internazionale. Positivo o negativo, questo è un fatto della vita. L’alternativa è: usarlo solo quando gli altri mezzi si sono esauriti. Quando dobbiamo fronteggiare altre minacce come, per esempio, il terrorismo, e quando lo facciamo in accordo con le note regole scolpite nel diritto internazionale. O piuttosto usare la forza con ogni pretesto, anche solo per ricordare al mondo chi è che comanda, senza darsi il minimo pensiero della legittimità dell’uso della forza e delle sue conseguenze, senza risolvere i problemi, ma solo moltiplicandoli.

Assistiamo a cosa sta accadendo in Medio Oriente. Per decenni, forse addirittura per secoli, conflitti inter-etnici, religiosi e politici ed acute problematiche sociali si sono accumulati in quella regione. In una parola: si stava già preparando una tempesta, quando i tentativi di risistemare con la forza la regione sono diventati la scintilla che ha provocato una vera esplosione, con la distruzione delle organizzazioni statali, una esplosione di terrorismo e, in conclusione, crescenti pericoli per il pianeta.

Una organizzazione terroristica, il cosiddetto Stato Islamico, si è impadronita del controllo di estesi territori. Pensateci: se occupassero Damasco o Baghdad le bande terroriste potrebbero ottenere nella pratica il rango di una potenza ufficiale, potrebbero creare una roccaforte per l’espansione globale. Qualcuno ci ha pensato? E’ tempo che l’intera comunità internazionale si renda conto di ciò con cui abbiamo a che fare: è, di fatto, un nemico della civiltà e della cultura mondiale che porta con sé una ideologia di odio e barbarie, calpestando, e quindi compromettendo, tutti i valori morali e religiosi, inclusi quelli dell’Islam.

Non c’è bisogno di giochi di parole: non dobbiamo distinguere i terroristi in moderati e non moderati. Ci piacerebbe sapere la differenza. Forse, nell’opinione di certi esperti, i miliziani cosiddetti moderati decapitano la gente su scala minore e con qualche rappresentazione più gentile.

Di fatto, noi oggi vediamo un vero e proprio miscuglio di gruppi terroristici. E’ vero: di tanto in tanto i miliziani dello Stato Islamico, di Jabhat al-Nusra e degli altri eredi e germogli di Al Qaeda si combattono fra loro, ma combattono per il danaro, per conquistare canali di rifornimento, ecco per cosa combattono. Non per ragioni ideologiche. E la loro essenza ed i loro metodi rimangono gli stessi: terrore, omicidio, riduzione delle persone a masse intimorite, impaurite ed obbedienti.

Negli anni passati la situazione si è deteriorata, le infrastrutture dei terroristi sono cresciute, con il numero dei loro seguaci, mentre le armi fornite alla cosiddetta opposizione moderata sono finite nelle mani delle organizzazioni terroristiche. Di più: intere formazioni sarebbero passate dal loro lato marciando, come si suol dire, a bandiere spiegate.

E a cosa è dovuto il fatto che gli sforzi, per esempio, dei nostri interlocutori Americani e dei loro alleati nella lotta contro lo Stato Islamico non hanno prodotto risultati tangibili? Ovviamente non è a causa della mancanza di equipaggiamento o di potenziale militare. E’ chiaro che gli Stati Uniti possiedono un potenziale enorme, il maggiore del mondo: solo che le bugie hanno le gambe corte. Dichiari guerra ai terroristi e nello stesso tempo cerchi di usare alcuni di loro per sistemare gli assetti in Medio Oriente secondo quelli che potrebbero sembrarti i tuoi interessi.

E’ impossibile combattere il terrorismo se qualche terrorista viene usato come testa d’ariete per rovesciare regimi che non ci piacciono. Non si possono controllare questi terroristi, è solo una illusione pensare di poterli gestire, portargli via il potere o mettersi d’accordo con loro. La situazione in Libia è il migliore esempio di ciò.

Speriamo che il nuovo governo riuscirà a stabilizzare la situazione, sebbene questa speranza non sia ancora una un fatto. In ogni caso dobbiamo assistere questo processo di stabilizzazione.

Comprendiamo perfettamente che i miliziani che combattono in Medio Oriente rappresentano una minaccia per chiunque, inclusa la Russia. La gente nel nostro paese sa cosa significa una aggressione terroristica e sappiamo cosa hanno fatto i banditi nel Nord Caucaso. Ci ricordiamo gli attacchi terroristici condotti a Budennovsk, Mosca, Beslan, Volgograd ed in altre città russe. La Russia ha sempre combattuto il terrorismo in tutte le sue forme, ed ha chiesto con forza una vera unione degli sforzi della comunità globale per combattere questo male. Ecco perché noi abbiamo suggerito di costituire una grande coalizione anti-terrorismo, progetto che ho recentemente esposto in occasione del mio discorso alle Nazioni Unite.

Ottobre 2015: circa 50 velivoli della Federazione Russa sostengono le operazioni militari del governo siriano

Ottobre 2015: circa 50 velivoli della Federazione Russa sostengono le operazioni militari del governo siriano

Dopo che le autorità ufficiali della Siria ci hanno contattato per chiederci sostegno, abbiamo preso la decisione di lanciare una operazione militare russa in quella nazione. Lo sottolineo di nuovo: è una iniziativa pienamente legittima, e il nostro unico fine è aiutare a ripristinare la pace. Sono sicuro che le azioni dei militari russi avranno il necessario, positivo, effetto sulla situazione, aiutando le autorità ufficiali siriane a creare le condizioni per le successive azioni necessarie al raggiungimento di una intesa politica e portando attacchi preventivi contro terroristi che minacciano la nostra nazione, la Russia. In questo modo aiutiamo tutte le nazioni e le genti che sarebbero certamente in pericolo se questi terroristi tornassero a casa.

Ecco cosa pensiamo sia necessario fare per sostenere la sistemazione a lungo termine nella regione, così come la sua ripresa sociale, economica e politica. Prima di tutto, liberare i territori della Siria e dell’ Irak dai terroristi e impedirgli di spostarsi in altre regioni. Per fare questo dobbiamo unire tutte le forze: gli eserciti regolari iracheno e siriano, le milizie curde, i vari gruppi di opposizione che hanno dato un effettivo contributo nel combattere i terroristi, e coordinare le azioni dei paesi che si trovano dentro e fuori la regione nella lotta al terrorismo. Nello stesso momento, le azioni antiterroristiche riunite devono certamente fondarsi sul Diritto internazionale.

In secondo luogo è ovvio che una vittoria militare sulle formazioni dei miliziani non risolverà da sola tutti i problemi. Creerà però le condizioni per la realizzazione principale: l’innesco di un processo politico che veda la partecipazione di tutte le forze sane e patriottiche della società siriana. Sono i siriani che devono decidere il loro destino con il sostegno civile e rispettoso della comunità internazionale, e non sotto pressione di forze esterne attraverso ultimatum, ricatti e minacce.

L’eventuale collasso delle autorità ufficiali siriane, ad esempio, non farebbe che galvanizzare i terroristi. Invece di sabotarle, quindi, dobbiamo in questa fase sostenerle, rafforzando le istituzioni statali nella zona teatro di conflitto.

Voglio ricordarvi che, nel corso della storia, il Medio Oriente è stato spesso l’arena in cui si sono scontrati vari imperi e potenze, che hanno ridisegnato i confini e rivoluzionato la struttura politica della regione in modo da farla corrispondere alle proprie preferenze ed ai propri interessi. In realtà nessuno ha mai chiesto agli abitanti la loro opinione. Gli ultimi a scoprire cosa sta succedendo nelle proprie nazioni sono proprio coloro che in Medio Oriente ci vivono.

Naturalmente questi fatti ci mettono davanti alla domanda: non sarebbe ora, per la comunità internazionale, di coordinare tutte le proprie azioni con la gente che vive in questi territori? Io credo che siamo già molto in ritardo: queste persone (come tutte le persone) devono essere trattate con rispetto.

Il coinvolgimento del clero musulmano, dei capi dell’Islam e dei capi di Stato delle nazioni musulmane nel processo di sistemazione politica è cruciale. Contiamo sulla loro posizione consolidata e sulla loro assistenza, così come sulla loro autorità morale. E’ molto importante proteggere il popolo, specialmente i giovani, contro gli effetti distruttivi dell’ideologia dei terroristi, che stanno cercano di usarli come carne da cannone, né più, né meno.  Dobbiamo tracciare una chiara linea distintiva fra il vero Islam, i cui valori sono la pace, la famiglia, gli atti caritatevoli, il soccorso al prossimo, il rispetto delle tradizioni, e le menzogne e l’odio che i miliziani hanno spacciato come Islam autentico.

Quarto: abbiamo bisogno di perfezionare un programma per lo sviluppo economico e sociale della regione, per ripristinare le infrastrutture di base, gli alloggi, gli ospedali e le scuole. Solo questo genere di lavoro sul terreno dopo l’eliminazione del terrorismo ed il raggiungimento di una sistemazione politica potrà arrestare l’enorme flusso di profughi diretti verso le nazioni europee, e convincere quelli che se ne sono andati a fare ritorno alle loro terre natali.

E’ chiaro che la Siria avrà bisogno di una massiccia assistenza finanziaria, economica ed umanitaria per curare le ferite della guerra. Abbiamo bisogno di determinare il quadro al cui interno potremo assolvere a questo compito, coinvolgendo nazioni donatrici e istituzioni finanziarie internazionali. Già ora i problemi della Siria vengono discussi presso le Nazioni Unite e le altre organizzazioni internazionali, nel contesto delle discussioni diplomatiche. Per ora si tratta di un compito arduo, non riusciamo sempre a raggiungere una intesa, ed è dolorosamente difficile abbandonare attese su quello che avrebbe potuto essere e calcoli ingiustificatamente ottimistici, ma tuttavia si registra qualche progresso.

Vediamo che vengono gradualmente stabiliti contatti fra dipartimenti militari all’interno del quadro delle operazioni anti-terrorismo, sebbene non così velocemente e attivamente come ci sarebbe piaciuto. L’approvazione del documento Russo Americano sulle linee di sicurezza per le missioni di volo delle aeronautiche dei due Paesi è un passo serio nella giusta direzione.

Siamo anche vicini ad iniziare uno scambio di informazioni con i nostri colleghi occidentali sulle posizioni e sui movimenti dei miliziani. Tutti questi sono di certo passi nella direzione giusta. La cosa più importante, per essere aperto e onesto, è comunque considerarci alleati in una battaglia comune. Solo in questo modo possiamo assicurarci la vittoria sui terroristi.

Con tutta la drammaticità presente nella sua attuale situazione la Siria può diventare un modello di collaborazione in nome di interessi comuni, della risoluzione di problemi che affliggono tutti, e di sviluppo di sistemi efficaci di gestione dei rischi. Abbiamo già avuto questa opportunità alla fine della Guerra Fredda. Sfortunatamente non ne abbiamo approfittato. Abbiamo avuto di nuovo questa opportunità all’inizio degli anni 2000, quando la Russia, gli Stati Uniti e molte altre nazioni si sono trovate minacciate dalle aggressioni terroristiche e, sfortunatamente, nemmeno allora siamo stati in grado di stabilire una buona dinamica per la cooperazione. Non ritornerò, nel finale, sulle ragioni per le quali siamo stati incapaci di farlo. Credo che tutti le conoscano già. Ora, quello che è importante è imparare la lezione giusta da quello che è accaduto nel passato e procedere oltre.

Ho fiducia che l’esperienza che abbiamo acquisito e la situazione odierna ci permetteranno, infine, di compiere la scelta giusta: di scegliere la cooperazione, il mutuo rispetto e la fiducia reciproca, di scegliere la pace.

Grazie molte per la vostra attenzione. (Applausi)

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Vladimir Putin: Prima di tutto fatemi ringraziare tutti gli oratori. Credo che il dibattito sia stato molto pertinente ed interessante, e mi fa molto piacere notare che la nostra discussione è pepata e sostanziosa, piuttosto che composta di secchi monologhi.

Scaviamo ora nel lontano passato. Quando si discute su quali siano le ragioni del collasso dell’Unione Sovietica, credo che le ragioni interne siano state la causa principale e, in questo senso, l’Ambasciatore ha proposto un’analisi corretta. L’inefficienza del sistema politico ed economico della ex Unione Sovietica è stata la ragione principale del collasso dello Stato.

Ma se dobbiamo decidere se questo processo sia stato agevolato da qualcuno, le cose cambiano. Non credo che i nostri competitori geopolitici siano rimasti in disparte con le mani in mano, ma tuttavia i fattori interni sono stati preminenti. L’Ambasciatore, ho ragione di ritenere, stava dibattendo con me a distanza e poi, ora, qui, faccia a faccia, quando ha detto che, a differenza mia, lui non considera il collasso dell’Unione Sovietica una delle grandi tragedie del ventesimo secolo. Da parte mia io continuo ad insistere che lo è stato, prima di tutto una tragedia umanitaria (è questo il senso in cui l’ho detto).

Il collasso dell’URSS lasciò 25 milioni di Russi all’estero. Questo accadde nel giro di una notte, e nessuno chiese il loro parere. Ripeto la mia osservazione: il popolo russo divenne la più grande nazione divisa del mondo, e questo è stato senza alcun dubbio una tragedia. Per non parlare dell’aspetto sociale ed economico del problema. Il collasso sovietico travolse il sistema sociale e l’economia. E’ vero, l’economia non era molto efficiente, ma la sua fine gettò milioni di persone nella povertà, e questa fu una tragedia per le persone e per le famiglie.

Ora, sulla questione della continuazione delle consultazioni aventi ad oggetto la limitazione delle armi offensive strategiche, ha ragione Lei quando dice che abbiamo bisogno che questo dialogo continui. Ma nel contempo non posso proprio dire che la Russia e gli Stati Uniti siano rimasti inattivi. Abbiamo firmato un nuovo trattato sulla limitazione delle armi offensive strategiche e stabilito obbiettivi per la riduzione di questo tipo di sistemi. In ogni caso, il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal Trattato ABM, che era la pietra angolare della conservazione degli equilibri di potere e della sicurezza internazionali, ha lasciato tutto il sistema in una condizione seria e complessa.

A questo proposito, visto che si tratta di un forum con discussione aperta, vorrei chiedere al Sig. Ambasciatore cosa ne pensa del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal Trattato ABM.

Jack Matlock: A titolo personale mi sono opposto alla denuncia di quel trattato e comprendo la Sua posizione. Ma direi che non mi pare che tutti i piani successivi di schieramento siano stati o potrebbero essere una minaccia al sistema difensivo russo. Comunque, in generale, non sono un sostenitore del sistema ABM. Direi che l’obiettivo principale di questo sistema non è minacciare la Russia, ma incentivare l’occupazione negli Stati Uniti. Il complesso militare industriale è importante, così come il numero degli addetti che vi lavorano.

Vladimir Putin: Signor Ambasciatore, trovo le sue argomentazioni poco convincenti. Ho il massimo rispetto per la sua esperienza e le sue capacità diplomatiche, di cui ha dato una magnifica dimostrazione evitando di fornire una risposta diretta. Anzi, a dire il vero Lei ha risposto alla mia domanda, ma non senza indorare la pillola.

Se restiamo sull’argomento se questo dispositivo rappresenti una minaccia per la Russia o no, posso assicurarle che gli specialisti statunitensi di sicurezza e di armamento strategico sono perfettamente consci del fatto che rappresenta una minaccia alla capacità nucleare della Russia, e che la finalità complessiva del sistema è ridurre le capacità nucleari di qualsiasi Paese, a parte gli Stati Uniti, a zero. Per tutto questo tempo abbiamo sentito ciance sulla minaccia nucleare iraniana, ma, come ho detto nel mio discorso di prima, la nostra posizione è che una simile minaccia non è mai esistita, ed ora non solo noi, ma tutta la comunità internazionale condivide questo punto di vista.

Gli Stati Uniti hanno hanno subordinato la sottoscrizione di un accordo con l’Iran alla definizione della questione sul nucleare iraniano. Abbiamo attivamente seguito e sostenuto i nostri interlocutori Statunitensi ed Iraniani sulla strada di una decisione comune e questo accordo ora è in vigore e l’Iran ha accettato di inviare il proprio uranio arricchito fuori dal paese. E allora, se non c’è più un problema iraniano, perché sviluppare un sistema di difesa missilistico? Potreste fermare il progetto. Ma non solo il progetto non è stato fermato ma, al contrario, sono stati effettuati nuovi test e nuove esercitazioni. Questi sistemi verranno schierati in Romania entro al fine dell’anno ed in Polonia fra il 2018 ed il 2020.

Come Le posso assicurare, e come gli specialisti ben sanno, i siti di schieramento del sistema di difesa missilistica possono essere usati concretamente per allocarvi sistemi di attacco con missili da crociera. Questo non ci minaccia? Certo che lo fa, e cambia radicalmente la filosofia della sicurezza internazionale. Se un paese ritiene di avere creato uno scudo anti-missile che lo proteggerà da ogni attacco o risposta, avrà mani libere  per utilizzare qualsiasi arma desideri, ed è questo che altera l’equilibrio strategico. In passato Lei ha lavorato agli accordi sul controllo degli armamenti ed ha ottenuto risultati fantastici. Non posso che levarmi il cappello e congratularmi con Lei per questo. Lei i suoi interlocutori russi avete conseguito alcuni grandi successi, ma quanto sta accadendo non può mancare di spaventarci. Sono sicuro che Lei è d’accordo con me, in cuor suo. In sostanza ha ammesso molto quando ha detto che non condivide il ritiro unilaterale statunitense dal Trattato.

Ora, sulla questione Ucraina, e sull’affermazione che si tratta di una situazione pericolosa per noi… Certo, ovviamente crea pericoli, ma siamo stati noi a creare questa emergenza? Vi ricordate l’anno in cui il Sig. Janukovich perse le elezioni e il Sig. Jushenko salì al potere? Come salì al potere? Attraverso una terza tornata elettorale, che non era nemmeno prevista dalla costituzione ucraina. I Paesi occidentali lo hanno sostenuto attivamente. Si trattava di una violazione flagrante della Costituzione. Che genere di democrazia è questa? Questo è semplicemente caos. Lo hanno fatto una volta, e poi lo hanno fatto di nuovo in maniera ancora più scoperta con il cambio di regime ed il colpo di Stato avvenuto in Ucraina poco tempo fa.

18 gennaio 2009: Vladimir Putin e Julia Timoshenko siglano un accordo sulla fornitura di gas all'Ucraina. Putin ricorda che il governo russo ha sempre lavorato con la controparte ucraina, anche quando veniva etichettata come "filo occidentale".

18 gennaio 2009: Vladimir Putin e Julia Timoshenko siglano un accordo sulla fornitura di gas all’Ucraina. Putin ricorda che il governo russo ha sempre lavorato con la controparte ucraina, anche quando veniva etichettata come “filo occidentale”.

La posizione della Russia non è che noi ci opponiamo alla scelta del popolo ucraino. Siamo pronti ad accettare qualsiasi decisione. Dal nostro punto di vista l’Ucraina è una Paese davvero fratello, un popolo fratello. Non faccio nessuna distinzione fra Russi ed Ucraini. Quello a cui ci opponiamo è questo metodo di cambiare il governo. Non è un buon metodo in nessun posto del mondo, ma è completamente inaccettabile nella regione post sovietica dove, per essere onesti, molte repubbliche già appartenenti all’Unione Sovietica non hanno tradizioni di statualità e non hanno ancora sviluppato solidi sistemi politici. In questo contesto dobbiamo preservare quanto già abbiamo ed aiutarlo a svilupparsi. Al tempo, noi fummo pronti a collaborare anche con il personale politico che salì al potere per l’esito di quella terza tornata elettorale incostituzionale. Abbiamo lavorato con il Sig. Jushenko e con la Sig.ra Timoshenko, sebbene avessero reputazione di essere politici completamente filo occidentali: credo che in generale questa non sia un’etichetta del tutto appropriata, ma comunque loro venivano considerati in questo modo. Li abbiamo incontrati, siamo andati a Kiev, li abbiamo ricevute qui in Russia. E’ vero: talvolta ci siamo scontrati aspramente su materie economiche, ma abbiamo lavorato assieme.

Ma cosa dovevamo fare quando siamo stati posti di fronte ad un colpo di Stato? Volete organizzare un Irak o una Libia qui a due passi? Le autorità statunitensi non hanno nascosto il fatto che stanno spendendo miliardi in Ucraina. Hanno detto direttamente e pubblicamente che hanno speso 5 miliardi per sostenere l’opposizione. E’ stata una scelta avveduta?

Un altro dei nostro colleghi ha detto che è errato interpretare le cose supponendo che gli Stati Uniti desiderino cambiare il sistema politico e di governo in Russia. E’ difficile, per me, concordare con questa imposizione. Gli Stati Uniti hanno legiferato a proposito dell’Ucraina, ma la legge menziona direttamente la Russia, e questa legge afferma che il suo obiettivo è la “democratizzazione della Federazione Russa”. Ora, immaginate se decidessimo di scrivere in una legge russa che il nostro fine è la “democratizzazione degli Stati Uniti”: in teoria potemmo farlo, e lasciate che vi spieghi il perché.

C’è spazio per sostenere che questo sia possibile. Tutti sanno che ci sono state due occasioni nella storia degli Stati Uniti in cui un Presidente è andato al potere con i voti della maggioranza dei membri dei collegi elettorali, ma la minoranza dei voti. Questo è democratico? No. La democrazia è il potere del popolo, il volere della maggioranza. Come è possibile che un paese elegga la sua più alta carica sulla base di una minoranza dei voti? Questo è un problema della vostra Costituzione, ma noi non esigiamo che voi cambiate la vostra Costituzione.

Possiamo discutere all’infinito di questi argomenti, ma se prendiamo un Paese che scrive cose simili nelle sue leggi e finanzia le opposizioni interne degli altri paesi… Avere una opposizione è una cosa normale, ma l’opposizione deve sopravvivere utilizzando le proprie risorse, e se c’è un Paese che spende miliardi per sostenerla, questa è una pratica politica sana? Questo aiuta a costruire uno spirito di fiducia nelle relazioni fra i due Paesi? Non credo.

Ora, sul problema della democrazia che si avvicina i nostri confini (risate fra il pubblico). Lei sembra una persona di mondo. Crede che noi ci opporremmo all’idea di avere la democrazia ai nostri confini? Ma cos’è quella che viene chiamata “democrazia”? Forse Lei si riferisce alla NATO che si muove verso i nostri confini? E’ quello a cui si riferisce con l’espressione “democrazia”? La NATO è un’alleanza militare. Non ci spaventa la democrazia ai nostri confini, ci spaventa una infrastruttura militare che si avvicina ai nostri confini. Come vi aspettate che rispondiamo in questo caso? Cosa dovremmo pensare? Questa è la cosa che ci spaventa.

Sa qual è il cuore dei problemi di oggi? Ora glielo dico, e certamente poi renderemo pubblico il documento a cui ora intendo fare riferimento. E’ la trascrizione di una discussione fra dei politici tedeschi e degli statisti sovietici prima della riunificazione tedesca. E’ molto interessante, come leggere un romanzo giallo.

Una figura di primo piano del panorama politico tedesco del tempo, un capo del Partito Socialdemocratico, disse durante i colloqui con gli statisti russi (non sono in grado di citarlo parola per parola, ma ricordo il testo con una certa precisione): “se non raggiungiamo un accordo ora sui principi chiave della riunificazione tedesca e sul futuro dell’Europa, le crisi continueranno a crescere dopo la riunificazione della Germania e noi non vi avremo posto fine, ma le incontreremo di nuovo in forma diversa”. Più tardi, quando gli statisti russi vollero discutere la questione con lui, fu sorpreso e disse: “Magari pensate che io stia difendendo gli interessi dell’Unione Sovietica” apparentemente rimproverandoli per la loro miopia “ma sto pensando al futuro dell’Europa.”. E i fatti hanno dimostrato che aveva completamente ragione.

Signor Ambasciatore, i suoi colleghi al tempo non hanno raggiunto un accordo sui principi basilari in punto a quanto avrebbe dovuto seguire la riunificazione tedesca: la questione della prospettiva della partecipazione della Germania alla NATO, il futuro delle infrastrutture militari ed il loro sviluppo, ed il coordinamento nella tematica della sicurezza in Europa. Furono raggiunti accordi orali, ma nulla fu messo per iscritto, nulla fu ratificato, e le cose si conclusero così. Ma come tutti ricordate dal mio discorso di Monaco, a quel tempo, il Segretario Generale della NATO diede rassicurazioni verbali che l’Unione Sovietica avrebbe potuto essere tranquilla sul punto che la NATO, cito testualmente “non si espanderà oltre i confini dell’odierna DDR.”. E invece le cose sono andate molto diversamente. Ci sono state due ondate di allargamenti ad est della NATO e ora abbiamo il sistema di difesa anti-missile proprio ai nostri confini.

Credo che tutto questo sollevi legittime preoccupazioni ai nostri occhi e che questa sia una materia su cui bisogna senz’altro lavorare. Nonostante tutte le difficoltà noi abbiamo la volontà di lavorare assieme. Sulla questione, molto seria, della difesa anti-missile, abbiamo già avanzato in passato proposte ed io credo ancora che si potrebbe lavorare assieme in un terzetto: Stati Uniti, Russia ed Europa. Cosa potrebbe comportare questa cooperazione? Tutte e tre le parti potrebbero accordarsi su quale sia la direzione da cui i missili presumibilmente proverrebbero, e partecipare su di un piede di parità al comando del sistema ed ai dettagli secondari. Ma la nostra proposta ha incontrato un rifiuto. Non siamo noi che non abbiamo cercato la collaborazione. Sono gli altri che l’hanno rifiutata.

Oggi siamo di fronte alla questione, molto importante, di quello che accade in Siria, ed io sono sicuro che questo sarà oggetto di ulteriori discussioni. Sentiamo critiche secondo cui noi staremmo colpendo gli obiettivi sbagliati. Ho detto recentemente, parlando a Mosca: “diteci quali sono gli obiettivi giusti da colpire, se li conoscete.” Ma, no. Non ce li hanno detti. Allora chiediamo di dirci quali siano gli obiettivi da evitare. Ma ancora una volta nessuno ci risponde.

Abbiamo un bellissimo film, Ivan Vasilyevich cambia lavoro. Il pubblico russo lo conosce bene. Uno dei personaggi del film dice all’altro: “Come faccio a capire cosa vuoi dire se taci?”. Fortunatamente, come ho detto prima, almeno a livello militare abbiamo iniziato a parlarci e a concludere qualche accordo. Le circostanze ci obbligano a farlo.

A quanto pare i militari sono i più responsabili, e penso che se loro sono in grado di raggiungere accordi, anche noi, a livello politico, lo saremo.

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Pubblicato su en.kremlin.ru il 22 ottobre 2015
Traduzione in Italiano (dalla versione Inglese) a cura di Marco Bordoni per SakerItalia.it