Abbiamo incontrato lo scrittore e giornalista Alberto Fazolo, coautore di “In Donbass non si passa”, libro di cui abbiamo già parlato sul nostro blog. L’attualità del tema però rimane costante e “urgente”: abbiamo quindi chiesto ad Alberto di darci la sua opinione su quanto sta succedendo in Donbass e il significato del conflitto.

S.I. A distanza di quattro anni, nel novembre scorso si sono tenute le elezioni nelle repubbliche di Lugansk e Donetsk. La presidenza è andata, rispettivamente, a Leonid Pasechnik e Denis Pushilin, quest’ultimo designato a sostituire Alexander Zakharcenko ucciso lo scorso 31 agosto in un attentato. Alberto, ci puoi dare il tuo quadro della situazione in Donbass?

Innanzi tutto, premetto che non ho votato solo ed esclusivamente per via del fatto che sono in Italia. Per analizzare il voto bisogna contestualizzare le elezioni, che si sono svolte in un contesto di guerra e in seguito all’omicidio (da parte dell’Ucraina) del Presidente DNR Zakharchenko. Questi sono i due elementi principali per cogliere le dinamiche sottese a questo passaggio elettorale. In primo luogo, le elezioni in tempo di guerra sono completamente diverse rispetto a quelle che si svolgono in tempo di pace, ciò è dovuto ad un’infinità di fattori che non sarò qui ad elencare, però voglio solo evidenziarne il principale. Quando un Paese è in guerra tutto il popolo deve mettere da parte le divisioni e unirsi nello sforzo bellico, altrimenti si farebbe un enorme regalo al nemico che potrebbe fare breccia tra le incrinature politiche. Il popolo del Donbass ha ben chiaro questo meccanismo e quindi si è sempre espresso nella direzione della massima convergenza. Il secondo elemento è relativo all’omicidio di Zakharchenko e di altri dirigenti delle Repubbliche Popolari: l’Ucraina non riesce a vincere le battaglie sul campo e quindi ricorre al terrorismo. Ricordiamo che Zakharchenko è stato ucciso con una bomba in un ristorante che ha fatto numerosi morti anche tra i civili. A questi gesti criminali si risponde con la fermezza, tanto sul piano militare, quanto su quello politico: bisogna dimostrare all’Ucraina che con queste azioni terroristiche non riuscirà a disarticolare nulla, sono gesti vani. Questi sono i motivi per cui il popolo del Donbass nel voto opta per la continuità, dà un segnale chiaro: prosegue imperterrito sulla sua strada che lo porterà alla vittoria.
Tuttavia, nutro la speranza che la DNR e la LNR facciano una riforma significativa di cui tutti sentiamo il bisogno, cioè la piena integrazione tra le due Repubbliche.

S.I. Recentemente si sono susseguite voci e ipotesi di un massiccio intervento ucraino contro il Donbass. Secondo la tua esperienza, quali possono essere al momento i probabili sviluppi?

La guerra di solito segue una ciclicità stagionale, soprattutto in ambienti ostili i fattori meteorologici possono più di qualsiasi strategia. Ormai siamo nel quinto anno di guerra e abbiamo più volte visto queste dinamiche. Come noto, questo conflitto è quello più simile alla Prima Guerra Mondiale, per via del fatto che si combatte soprattutto in trincea. Entrambi gli schieramenti sono ben strutturati e quindi le linee sono difficili da penetrare.

Non sarà il fattore puramente militare a decidere se ci sarà una nuova massiccia offensiva ucraina, quelle sono decisioni che spettano ad altri (si tratta di un Paese a sovranità limitata). Ovviamente Kiev ha tutto l’interesse a tenere aperto un conflitto che rappresenta una fondamentale fonte di sostentamento: senza gli aiuti occidentali che riceve per questa crisi, il Paese avrebbe già fatto default.

Voglio però segnalare un fattore fondamentale, cioè che l’Esercito ucraino non è quello che di solito vediamo nei media, la realtà è ben diversa. I fanatici fascisti sono una minoranza (per lo più concentrata nei posti di comando o nei battaglioni punitivi nazisti), quello ucraino è un esercito di leva che non ha nessuna voglia di fare la guerra; il loro morale è a pezzi e se potessero scegliere si ritirerebbero subito, in quanto sanno che non hanno nessuna speranza di vincere contro la determinazione del popolo del Donbass.

S.I. Molti commentatori mettono in una relazione sempre più stretta la crisi militare in Donbass con la crisi della politica interna ucraina, una leva cioè per Poroshenko soprattutto in vista delle prossime elezioni in Ucraina. Qual è la tua posizione rispetto a questa ipotesi?

Innanzitutto stiamo a vedere se in Ucraina le prossime elezioni ci saranno, non possiamo fare previsioni dopo un primo tentativo di rinviarle, ovviamente mi riferisco alla provocazione dello Stretto di Kerch. Questo episodio è emblematico del clima politico ucraino. Il Governo è in crisi di consensi e quindi ha cercato di non andare alle elezioni imponendo la Legge Marziale (una delle tante manovre fallite).

Alle elezioni il Governo si presenta con un piano semplice: far credere che si è in guerra con la Russia e che l’unico modo per vincerla è di rinnovargli la fiducia, perché gode dell’appoggio Euro-Atlantico. Il popolo ucraino è vittima di un bombardamento mediatico russofobico, gli viene rappresentata una realtà completamente distorta e quindi si innescano reazioni scomposte.

Per quel che riguarda la politica internazionale ucraina, credo che sia utile fugare un malinteso: non esiste. Il Paese non ha autonomia decisionale, è una marionetta e quindi non ha una sua politica estera. Al massimo può avere dei “vincoli con l’estero”, ma sempre in rapporto di sudditanza.

S.I. Quando si parla di Donbass, spesso si parla anche del ruolo “ufficioso” della Russia. Come definisci questa relazione, al di là delle posizioni ufficiali e diplomatiche?

Io ho vissuto due anni in Donbass e ho visto che non si può dire che ci sia un rapporto tra il popolo russo e quello del Donbass, infatti si tratta di un solo popolo in diversi stati.

Nella Brigata Prizrak in un certo momento i combattenti locali erano meno di quelli provenienti da altre parti dell’ex-URSS. Questi non si consideravano internazionalisti per il semplice motivo che dicevano di combattere per il proprio popolo e per la propria terra.

La Russia fin dall’inizio del conflitto in Donbass ha mantenuto una posizione prudente e rispettosa del diritto internazionale, non gli si poteva chiedere di esporsi ulteriormente, sarebbero saltati gli equilibri globali. Ma la Russia non ha avuto neanche il bisogno di fare azioni sotto copertura (di quelle a cui ricorrono gli stati occidentali), infatti a Mosca hanno visto che il popolo russo spontaneamente ha saputo dare tutto il proprio sostegno al Donbass.


S.I. Qual è invece la posizione dell’Unione Europea?

A differenza di altre crisi (come ad esempio quella in Siria), la UE evita di esporsi eccessivamente. Il motivo è che ha ben poco da guadagnare in Ucraina, anzi una destabilizzazione dell’area andrebbe a tutto svantaggio della UE. Infatti questa è una crisi voluta e scatenata dagli USA in cui la UE si è fatta trascinare contro il proprio interesse, per questo ora sta cercando di svincolarsi. Ovviamente i galoppini della NATO sono presenti in ogni paese e in ogni partito, ma in questa fase non riescono ad incidere efficacemente. Tuttavia la politica estera di Trump non è ancora chiara a nessuno, quindi aspettiamoci nuovi e imprevedibili sviluppi.

Nel frattempo la UE temporeggia, anche con la cautela di non distruggere i rapporti con la Russia già provati dalle sanzioni. Quindi di fatto, la UE fa quasi finta che il Donbass non esista. Non credo che questa UE sia riformabile, va chiusa e basta, voglio ricordare che ha perso un’occasione storica in Donbass: quella di giocare da protagonista per la soluzione della crisi, preferendo fare ancora il gregario nelle penetrazioni imperialistiche USA.

S.I. La complessità del quadro è quindi estremamente evidente. Quali fattori sono attualmente gli elementi che definiscono gli equilibri e gli sviluppi?

Di quelli militari abbiamo già detto. Anche sul piano politico, le Repubbliche hanno optato sulla stabilità e stanno cercando di definire una nuova strategia di sviluppo. Una volta accantonato il progetto di Novorossija e nell’attuale assetto territoriale, vanno affrontati alcuni problemi oggettivi tipici di stati così giovani.

Il grande malinteso di questa guerra è che da molti viene considerata uno scontro geopolitico, si tratta invece di una guerra popolare che si inserisce in un più ampio scontro geopolitico. La differenza è fondamentale. In Donbass si è ad uno stallo che dura da anni e che non si sbloccherà fino a quando non muterà il quadro geopolitico, cioè qualcosa su cui il Donbass (e in parte neanche l’Ucraina) hanno possibilità d’incidere. Finché non si riuscirà a decifrare la politica estera di Trump e finché non si definirà il quadro di alleanze della Russia, non credo che ci possano essere sviluppi di rilievo. Ovviamente ciò vale a meno che non succedano fatti eclatanti, tanto in quel quadrante, quanto altrove (e penso alla fine della guerra in Siria o alla paventata aggressione al Venezuela).

 

S.I. Non possiamo non chiederci se sia possibile una soluzione della crisi in Donbass. In che modo tu credi sia possibile?

Allo stato attuale non è ipotizzabile alcuna soluzione che non sia politica. Ma questa può concretizzarsi solo dopo un passaggio fondamentale: la rimozione dei despoti ucraini. Infatti il popolo ucraino non è fascista, ma gli è stato imposto un Governo fascista che poi ha avuto emanazioni velenose, come i battaglioni punitivi. Ma quella non è l’Ucraina, sono gli ascari della NATO. Dobbiamo aiutare l’Ucraina a liberarsi del Governo e dei fascisti. Ciò si può fare con la politica e quindi tutti coloro che hanno a cuore la pace si dovrebbero impegnare ad aiutare l’Ucraina a liberarsi.

Se non sarà così, il destino dell’Ucraina può essere solo di dissanguarsi in una guerra che la porterà alla balcanizzazione (cioè la divisione del Paese in diversi stati o aree d’influenza).

Quindi anche noi dal basso possiamo fare tanto, facciamo sentire la nostra vicinanza al popolo ucraino che si vuole liberare dal Governo e dai fanatici. Ma soprattutto, parliamo di quello che succede, questa guerra va avanti solo perché la gente non sa cosa è successo: rompere il silenzio e affrontare i problemi è il primo passo per trovare una soluzione. Io sono convinto che si possa fare.

*****

Intervista a cura di Elvia Politi per SakerItalia

Condivisione: