Molti Liberali russi ed esperti stranieri hanno visto il “Maidan” ucraino del 2014 come un evento che avrebbe ispirato il cambiamento a Mosca. Oggi, mentre una Kiev sempre più disfunzionale reprime la libertà di parola, sembra più un ammonimento.

Nel maggio 2014, il neoeletto presidente ucraino Petro Poroshenko promise che avrebbe portato rapidamente la pace nel paese. “L’operazione antiterrorismo non può e non deve durare due o tre mesi. Dovrebbe e durerà ore”, disse.

Quasi 60.000 ore dopo, la guerra in cui si è trasformata la malamente denominata “operazione antiterrorismo” è ancora in corso. Il successore di Poroshenko, Volodymyr Zelenskyj, ha ugualmente promesso di porre fine ai combattimenti. “Il mio obiettivo principale… È porre fine alla guerra. Questa è la mia missione in questi cinque anni”, ha detto ai giornalisti. Ma è stato altrettanto infruttuoso.

Zelenskyj ha sconfitto clamorosamente Poroshenko nelle elezioni presidenziali del 2019, nelle quali il presidente in carica ottenne la maggioranza dei voti solo nell’estremo ovest del paese. Descrivendosi come un candidato non solo per la pace, ma anche per l’unità nazionale, Zelenskyj è riuscito ad attrarre i voti di un gran numero di ucraini russofoni del sud e dell’est del paese, che erano stati alienati dal tono sempre più nazionalista di Poroshenko.

Sfortunatamente, da allora Zelenskyj ha continuamente tradito quegli elettori.

Non solo non è riuscito a prendere nessuna delle misure necessarie per porre fine alla guerra – in particolare, le concessioni richieste negli Accordi di Minsk II del 2015 – ma il suo governo ha anche soppresso ulteriormente i diritti linguistici degli ucraini, e ora sta reprimendo i media dell’opposizione.

Nel gennaio 2020, gli esperti russi Liberali si sono messi in fila per lodare il discorso del nuovo anno di Zelenskyj. Si diceva che avesse promosso un’immagine di unità nazionale, cercando di superare le differenze linguistiche e di altro tipo che erano state accentuate dalle politiche nazionaliste del suo predecessore. “Non importa come si chiama la tua strada fintanto che è pulita e asfaltata”, ha detto Zelenskyj, in una linea che sembrava suggerire che il suo governo avrebbe posto fine all’abitudine di cambiare i nomi delle strade da quelli degli eroi comunisti a quelli di icone nazionaliste come Stepan Bandera.

In realtà, non lo ha fatto. Non solo Zelenskyj non è riuscito a fornire strade pulite e asfaltate, ma da allora è diventato chiaro che ciò che intendeva veramente non era che avrebbe posto fine all’ucrainizzazione forzata, ma che i russi avrebbero dovuto semplicemente tacere e smettere di lamentarsi, poiché, dopotutto, nessuna di queste cose in realtà “conta”.

Pertanto, Zelenskyj non ha fatto nulla per invertire la legge del 2019 sulle lingue ufficiali, che limita drasticamente l’uso del russo. In particolare, il 16 gennaio è entrata in vigore una nuova regola che obbliga tutti i fornitori di servizi (negozi, ristoranti, ecc.) ad offrire i propri servizi in ucraino per impostazione predefinita. Nel frattempo, la censura in Ucraina ha raggiunto nuovi livelli di stupidità, vietando ad esempio un libro sui vichinghi di un autore americano, perché si riferiva all’antica Rus’ di Kiev come “Russia”.

Ora Zelenskyj è andato anche oltre, vietando tre stazioni televisive di proprietà del politico dell’opposizione Taras Kozak, sulla base del fatto che stanno diffondendo disinformazione russa. Zelenskyj afferma di sostenere la libertà di parola ma non la “propaganda finanziata dagli aggressori”. “Questi media sono diventati uno degli strumenti della guerra contro l’Ucraina, quindi sono bloccati per proteggere la sicurezza nazionale”, ha detto la portavoce di Zelenskyj, Julija Mendel.

Il fatto che il divieto arrivi in un momento in cui la popolarità di Zelenskyj sta precipitando e in cui il partito di Kozak, Piattaforma d’Opposizione – Per la Vita, è in testa nei sondaggi di opinione nazionali, potrebbe essere del tutto casuale. Ma potrebbe anche non esserlo. La mossa sa di disperazione politica.

È anche, ovviamente, di carattere profondamente antidemocratico. Se l’ex presidente Viktor Yanukovych, che è stato rovesciato nella rivoluzione del Maidan del febbraio 2014, avesse mai tentato una cosa del genere, i Liberali ucraini e i loro alleati occidentali avrebbero gridato enormi urla di indignazione. Ora, tuttavia, tacciono o addirittura si dicono a favore. L’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev, ad esempio, ha rilasciato una dichiarazione in cui dichiarava di appoggiare la misura concepita “per contrastare l’influenza maligna della Russia”.

La risposta degli Stati Uniti rivela la superficialità delle affermazioni occidentali, che dicono che sostenendo la rivoluzione del Maidan e i successivi governi stanno sostenendo la democrazia, i diritti umani e un ordine Liberale. In realtà, la geopolitica sembra essere la preoccupazione principale. Finché l’Ucraina rimarrà risolutamente anti-russa, chiuderemo un occhio su quasi tutti gli abusi dei principi democratici.

Ed è qui che la situazione diventa piuttosto triste. All’indomani della rivoluzione del Maidan, è stato detto che la risposta di Vladimir Putin è stata guidata dal timore che la democrazia in stile occidentale in Ucraina avrebbe fornito un modello positivo che avrebbe incitato una rivoluzione simile in Russia.

Un’analisi tipica è stata quella di Paul D’Anieri, professore di politiche pubbliche presso l’Università della California, Riverside, che ha scritto nel 2015 che “la prospettiva è che l’Ucraina, con l’aiuto dell’UE, cominci a trasformarsi. Se così fosse, potrebbe diventare un modello attraente per i russi, e un modello molto diverso da quello su cui Putin ha insistito che sarebbe l’unico disponibile”.

Questa linea continua a trovare sostenitori. Ad esempio, in uno sdolcinato articolo per Al Jazeera, il giornalista Leonid Ragozin ha osservato che il discorso del nuovo anno 2020 di Zelenskyj ha mostrato che “l’Ucraina potrebbe finalmente andare verso l’adempimento del più grande incubo del Cremlino – diventare un modello per la politica progressista e la democrazia al quale i russi possano guardare”.

Ragozin dovrebbe rimangiarsi tutto, perché sembrerebbe essere esattamente il contrario. Commentando le recenti proteste a Mosca, Ollie Carroll, corrispondente da Mosca del quotidiano britannico The Independent, ha chiesto perché i russi non abbiano reagito con lo stesso senso di indignazione degli ucraini quando la polizia di Yanukovych ha attaccato i manifestanti a Kiev sei anni e mezzo fa. Carroll ha sottinteso che questo significa che c’è qualcosa di sbagliato nei valori morali dei russi.

In realtà, la risposta potrebbe essere semplicemente che hanno guardato l’Ucraina, e hanno deciso che non è un buon esempio da seguire.

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Articolo di Paul Robinson pubblicato su Russia Today il 6 febbraio 2021
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.

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