lagarde_poroshenkoA Kiev non si muove foglia che l’Occidente non voglia ma la congiuntura resta ugualmente disastrosa. E’ in atto una crisi di governo pesantissima che sta aggravando una situazione socio-economica già catastrofica. Chi può lascia il paese cercando fortuna altrove, in Europa o in Russia. Gli odiati vicini attirano ancora tanti ucraini perché nemmeno la propaganda riesce a cancellare secoli di storia comune tra i due popoli, ed è molto più facile farsi accogliere lì che dalle nostre parti. Infatti, gli europei non mostrano grande solidarietà verso gli sfortunati ucraini. In Olanda si terrà a breve un referendum sull’adesione di quest’ultimi alla famiglia europea e gli umori dei locali sono contro Kiev. I socialisti olandesi ritengono che “l’Accordo Ucraina-UE è un male per l’Ucraina, è un male per l’Europa e un male per noi. L’Ucraina merita il nostro sostegno, ma non al trattato”. E lanciano l’appello a chiudere le porte in faccia ai pretendenti dell’est. L’esecutivo ucraino non l’ha presa bene ed ha messo in moto i suoi servizi d’intelligence per far naufragare la consultazione. Gli hacker di Cyberberkut hanno rivelato dell’esistenza di una lettera del capo dei servizi esteri ucraini a Poroshenko nella quale si suggerisce “l’attuazione di una serie di misure volte a far fallire il referendum, per tutelare gli interessi nazionali ucraini”. Forse un attentato? Ecco che razza di lestofanti si è portata in casa l’UE con le sue campagne per l’esportazione della democrazia.

Le finanze del paese sono comunque a secco ed il FMI prima di concedere ulteriori fondi richiede sacrifici aggiuntivi ad una popolazione allo stremo. I numeri dell’economia ucraina sono impietosi, dal 1991 solo lo Zimbabwe ha fatto peggio di Kiev in termini di PIL. Lo conferma l’agenzia S&P. Ed il futuro potrebbe riservare ulteriori peggioramenti, vista l’incapacità della leadership ucraina a risolvere le sue beghe che sfociano in conflitti tra bande di gangster.

Gli aiuti esteri arrivano sotto forma di ulteriori ricatti e svendite degli asset nazionali che finiscono in mani estere. Un fondo americano, il FranklinTempleton, detiene buona parte del debito dello Stato ucraino, circa 6 mld di dollari.

Corruzione e ruberie di stato continuano senza sosta e con più aggressività, visto lo stato di perenne confusione e assenza di legalità in cui versano le istituzioni. Le campagne di lustrazione hanno fatto fuori funzionari minori della burocrazia e delle imprese strategiche lasciando intatti i soliti interessi di casta ed i meccanismi coi quali i principali gruppi di potere continuano ad appropriarsi del denaro pubblico. Le oligarchie prosperano come ai tempi di Yanukovic. Forse di più.

Presidente e Premier, che rappresentano i nuovi padroni stranieri, tedeschi e americani, sono ai ferri corti ma nessuno dei due intende fare un passo indietro per il bene della nazione, nonostante entrambi si rimpallino le responsabilità del cataclisma politico, economico e sociale in corso. Dopo di loro il diluvio ma è già apocalisse. Yatseniuk è sotto il tiro del partito di Poroshenko, il Blocco, che ha chiesto le sue dimissioni ma in aula la mozione di sfiducia contro il Premier non ha raggiunto lo scopo per una ventina di voti. Gli americani hanno fatto da scudo al loro protetto ed invitato tutti alla calma. Joe Biden ha chiamato Poroshenko e Arseniy Yatsenyuk al fine di “ripristinare la fiducia della gente.” Nemmeno l’ex Presidente sedicente simpatizzante di Mosca aveva navigato così in basso nel gradimento popolare. La Casa Bianca però non vuole mollare la presa per evitare che Kiev ritorni nella sfera egemonica russa. L’Ucraina è oramai balcanizzata sia socialmente che territorialmente. Persa la Crimea, ritornata a casa dopo i regali sovietici, il Donbass resta fuori controllo, insieme alle sue risorse minerarie e industriali, saldamente in mano alle milizie filorusse. Tutto ciò esaspera il clima generale generando spirali depressive più vaste. Da un lato il settarismo nazionalistico di alcune fazioni politiche preme per ulteriori sforzi militari, insostenibili da parte di uno Stato nemmeno capace di assicurare l’assistenza sanitaria alla sua gente, dall’altro continuano a decadere le vecchie infrastrutture produttive e commerciali del Paese, iugulate da un fisco vorace che risponde agli organismi finanziari internazionali e non ai suoi cittadini e per la caduta delle esportazioni a causa della chiusura dei mercati russi. In alcune zone agricole si è tornati addirittura a forme di autoconsumo per la sopravvivenza mentre le multinazionali fanno incetta dei terreni migliori per poche grivne svalutate.

Contadini, pensionati e disoccupati sono tutti sul piede di guerra ma vengono bastonati alla vecchia maniera. Majdan non ha mutato certi sistemi violenti di risoluzione dei conflitti sociali. Ma chi glielo ha fatto fare agli ucraini? Valeva la pena cambiare bandiera, rinnegando l’amicizia con i russi, per Bandera? Dopo molte promesse ricevute da certi sobillatori forestieri sono rimasti con un pugno di mosche in mano. Non era meglio Mosca a portata di mano?

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Articolo di Giovanni Petrosillo, pubblicato il 20 Febbraio 2016