Quando si lanciano accuse prima di guardare all’evidenza vuol dire essere un propagandista.
Robert Bridge (RT)
Questo è un estratto da un articolo apparso in origine su RT.

MH17-Crash-SiteLa caduta del volo Malaysia Airlines MH17 avvenuta il 17 luglio, non è stata solo una tragedia di dimensione umane, è stata anche un disastro di enormi proporzioni per quanto riguarda lo spirito del giornalismo.
Il giorno successivo alla caduta nell’Ucraina dell’est del velivolo diretto in Malesia, con la morte di tutti i 298 passeggeri e dell’equipaggio, i mezzi di informazione occidentali erano già convinti di conoscere l’identità del colpevole.

Per contro, ogni catastrofe aerea richiede indagini estremamente accurate prima di che si possa trarre una qualsiasi conclusione, si deve trovare ed esaminare la scatola nera, i pezzi dell’aereo vanno recuperati e rimessi insieme per capire come e che cosa abbia danneggiato il velivolo, si ascoltano testimoni oculari, si vagliano le immagini satellitari.

Nel caso del volo Malaysia Airlines MH17, che avrebbe dovuto comunque essere analizzato molto più scrupolosamente, vista la sua caduta in zona di guerra, nessuno di questi dettagli è sembrato degno di considerazione per la stampa occidentale.

Invece, come propagandisti di basso rango, i principali mezzi di informazione occidentali hanno commesso il peccato capitale di puntare il dito e lanciare accuse, senza avviare una singola indagine investigativa.
Il “Sun”, la rivista popolare di Rupert Murdoch, con oltre due milioni di lettori, titolava a caratteri cubitali dalla prima pagina “il missile di Putin”, mentre il quotidiano inglese più diffuso, il Daily Mail, riferiva delle minacce americane sul duro prezzo che la Russia (nel caso Putin) avrebbe dovuto pagare se fosse stata coinvolta nell’abbattimento dell’aereo.

Nel migliore degli scenari, la (parola) Russia era, neanche poi tanto, nascosta fra le righe di resoconti volutamente imprecisi.

Ancora una volta un piccolo particolare, conosciuto come realtà dei fatti, è stato palesemente trascurato, solo perché qui si stava parlando della Russia. Di solito quello che di più seccante può fare una trascuratezza del genere è stimolare qualche sghignazzata a spese della Russia.
Questa volta, però, la posta in gioco è molto più alta, dal momento che i fatti sono avvenuti nel mezzo della guerra civile ucraina, guerra il cui esito non ha certo una importanza ridotta, visto lo scacchiere internazionale in cui essa si volge e dove, dobbiamo aggiungere, c’è abbondanza di armi atomiche.

C’erano numerose domande provenienti dalla controparte russa che sono state bellamente ignorate dalla stampa occidentale, e precisamente:

– Perché il volo MH17 ha abbandonato il corridoio aereo internazionale.
– Perche le forze di Kiev avevano dispiegato dei sistemi missilistici BUK direttamente prima della tragedia al confine delle zone controllate dalla milizia ( specialmente considerando il fatto che i ribelli non avevano aerei).
Che cosa ci faceva su una rotta destinata all’aviazione civile un aereo da caccia ucraino, rilevato dai radar russi.
– Perché gli investigatori europei non hanno rese pubbliche le registrazioni della scatola nera o non hanno divulgato un resoconto completo sull’incidente.

Queste sono domande che non sta solo facendo la Russia, ma anche la Malesia che è stata di fatto esclusa dal gruppo investigativo penale. Questo forse perché era pronta ad analizzare i particolari dell’incidente con un approccio aperto e obbiettivo, non ossessionata dall’accusare la Russia?

“Quando è avvenuto l’incidente, non abbiamo accusato nessuna delle parti in causa, nè la Russia nè l’Ucraina, dal momento che vorremmo prendere visione dei fatti concreti”, ha dichiarato a RT il Dr. Mohamed Harridon, professore associato in ricerca ed aviazione all’Università di Kuala Lumpur.
Egli ha notato che, a differenza delle “controparti occidentali”, la Malesia ha assunto un “ruolo neutrale” e non ha “accusato la Russia”, e questa potrebbe essere la ragione dell’esclusione del paese dal Gruppo Investigativo Unificato (Joint Investigation Team – JIT), a cui invece è permesso diffamare.

Ancora una volta l’ Occidente è stato portato fuori strada da mezzi di informazione che non sono neanche lontanamente interessati a cimentarsi in qualche forma di giornalismo investigativo, anche quando la posta in gioco riguarda niente meno che la sicurezza planetaria.

Robert Bridge ha lavorato come giornalista in Russia dal 1998. Dapprima capo-editore del Moscow News, Bridge è l’autore del libro: “Mezzanotte nell’impero americano”.

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Traduzione a cura di Mario per sakeritalia.it
Articolo apparso su Russia Insider il 3 Gennaio 2015