La tragedia di Odessa del 2 maggio ha compiuto tre anni, ma nel frattempo nulla è cambiato: la città continua a vivere nella paura, i responsabili per le morti e gli istigatori del massacro non sono ancora stati puniti, e coloro che sono stati costretti a lasciare Odessa per motivi di incolumità personale non riescono a tornare in patria. Tuttavia gli abitanti non perdono la fiducia nella capacità di Odessa di risorgere, e nel fatto che i colpevoli della morte delle persone in quel 2 maggio avranno ciò che meritano.

Aleksey Albu è un ex deputato del Consiglio regionale di Odessa, coordinatore dell’associazione “Borotbà” (Lotta), proibita in Ucraina: uno dei sopravvissuti al massacro del 2 maggio alla Casa dei sindacati. Quel giorno venne a sapere da internet degli scontri nel centro della città, e si rese conto che se gli eventi avessero subito un’ escalation, i nazionalisti avrebbero potuto attaccare la sede della Borot’bà, il noto movimento di sinistra che aveva appoggiato l’Antimaidan.

“Nel nostro ufficio quel giorno c’erano le nostre collaboratrici. Andai lì per prendere dei documenti e portar via le persone, che erano in pericolo in caso di attacco. Dopo di che, andammo alla piazza Kulikovo Pole, dove ero stato direttamente coinvolto in scontri e nella difesa della Casa dei sindacati. Sono stato fortunato, sono vivo per miracolo perché riuscii a passare dall’altra parte del cortile, ma ci picchiarono selvaggiamente e ci portarono in polizia, e poi via da lì in ambulanza, dato che eravamo tutti feriti. Passati un paio di giorni a Odessa, noi, un gruppo di attivisti della Borot’ba, ci nascondemmo in varie abitazioni sicure. Il 4 maggio partecipai all’assalto del Dipartimento degli Affari Interni di Odessa, quando riuscimmo a liberare circa 40 antifascisti arrestati” racconta Albu.

Alla vigilia del giorno della Vittoria, lui e i suoi compagni della “Borotbà” partirono per la Crimea, perché dei simpatizzanti tra le forze dell’ordine li avvertirono dell’ordine dell’arresto degli attivisti previsto per la mattina del 9 maggio sul Viale della Gloria, dove gli abitanti di Odessa si riuniscono tradizionalmente per ricordare i caduti della Grande Guerra patriottica.

“Verso le dieci ricevetti una chiamata, e lasciammo Odessa in fretta e furia. Poi lessi sulla stampa che ero ricercato. Il 10 maggio perquisirono le case di due miei assistenti (ero un membro del Consiglio regionale, e avevo qualche assistente), ma in quel momento essi erano già con me in Crimea. I vicini ci dissero di aver visto gente sospetta vicino a casa mia. Da allora, da tre anni, non posso tornare nella mia città natale”, ci dice Aleksey Albu.

Odessa, 2 maggio 2014

Albu ci racconta che cosa e in che sequenza accadde quel 2 maggio a Odessa, e perché la gente si trovò nella Casa dei sindacati:

“Sulla piazza Kulikovo Pole [dove si trovava l’accampamento dell’Antimaidan di Odessa – EADaily], quando ci arrivai, c’erano circa 250 persone. La maggioranza erano donne e anziani. Gli uomini che avrebbero potuto reagire erano pochi, regnavano il caos e la disorganizzazione totale, non c’era un solo centro di coordinamento, nessuno sapeva cosa fare. Credo che questo fatto abbia avuto un ruolo fatale. Nessuno si aspettava che ci sarebbe stata una carneficina così sanguinosa e crudele. Quando ero già in piazza Kulikovo, mi resi conto che gli scontri non potevano essere evitati, e che potevamo essere picchiati. Ma non pensavamo che la gente venisse uccisa volutamente, e con l’uso di armi da fuoco”.

Albu ricorda che mezz’ora prima dell’attacco un gruppo di antifascisti era tornato dal centro della città. Erano stati duramente picchiati e dicevano che un gran numero di nazionalisti si dirigeva verso l’accampamento. “A causa della mancanza di un comando unico, scattò un istinto di gregge. Per quanto ne so (anche se non l’ho visto personalmente), i primi a entrare nella Casa dei sindacati furono i rappresentanti di un’associazione ortodossa. Volevano nascondere lì degli arredi sacri, icone, croci. Dopo cominciarono a entrare gli altri, per mettersi al riparo. Quando gli assalitori comparvero sulla piazza, io ero vicino all’ingresso principale. Il grosso delle persone era già dentro; all’esterno, eravamo circa in 20-30. Fummo investiti da una raffica di pietre e bottiglie molotov; in risposta, scagliammo pezzi di asfalto, che avevamo preparato in anticipo. Quel mattino, uscendo di casa, non pensavo certo che avrei preso parte a degli scontri. Era vestito con una camicia bianca e dei pantaloni bianchi. Uno degli uomini accanto a me mi suggerì di entrare nell’edificio, perché ero un buon obiettivo. Quando sentii il primo sparo, decisi di seguire il consiglio”.

Vittime di Odessa: Vadim Pura

“Nell’androne vidi che erano accumulate sedie e tavoli fino al soffitto, venivano costruite delle barricate, la gente cercava di bloccare l’ingresso dei neonazisti nell’edificio. Passai attraverso un passaggio stretto fino alla scalinata centrale, e salii al primo piano. Qui, sopra l’ingresso principale, c’è una grande sala, dove c’era un sacco di gente. C’erano quattro o cinque persone davanti a ogni finestra, da cui buttavano pezzi di asfalto, vasi di fiori – tutto ciò che era sotto mano. C’erano così tante persone che non riuscii a trovare un posto per me, e andai via. Non c’era però panico, piuttosto non si sapeva cosa fare, come organizzare la difesa. Il mio amico Vlad Voytsehovsky, accanto a me, cominciava a svolgere la manica dell’idrante antincendio che avrebbe potuto respingere gli assalitori, ma si scoprì che mancava l’acqua [bisogna notare che nell’edificio mancava l’acqua durante l’incendio, perché l’avevano staccata, e questo è stato notato da chi ha effettuato indagini indipendenti sulla tragedia –EADaily]. Mi affacciai a una finestra sulla via Pirogov, e vidi gli assalitori che avevano già circondato l’edificio. Avevano in mano armi da fuoco, dal primo piano era possibile vederli bene. Poi tornai alla scala centrale, e vidi il custode che apriva le porte del cortile interno agli assalitori. I ragazzi che erano accanto a me gli gridarono di non farlo. Non si sa se per paura o per altri motivi, ma lui le aprì, e gli assalitori entrarono nel cortile. Cominciammo a scagliare contro di loro pezzi di asfalto e frammenti di vetro. Poi salii al secondo piano per vedere cosa stava succedendo. Molte persone erano disorientate e non sapevano cosa fare. Qualcuno cercava di sfondare le porte per nascondersi”.

Albu riferisce che vide come le bottiglie molotov incendiarono le tende. Secondo lui, la propaganda ucraina diffonde un falso quando afferma che la combustione partì dall’interno del palazzo. La combustione fu provocata dalle bottiglie molotov e da un pneumatico messo sotto il portone cui diedero fuoco gli assalitori, che poi incendiò la grande barricata.

Vittime di Odessa: Vyacheslav Markin. la Prucura Ucraina lo sospetta di essere responsabile della strage in cui ha perso la vita

Albu conferma che nella Casa dei sindacati fu impiegato un gas tossico. “Sì, ho sentito il gas. Questo è assolutamente certo. Quando camminavo per i corridoi, si vedeva che gli uffici che si affacciavano in piazza, dove c’era il grosso degli assalitori ed erano erette le nostre tende, erano stati già invasi dal fumo. Al momento non capivo se erano le tende che bruciavano così tanto, ma in seguito si scoprì che usavano dei fumogeni a cui legavano fasci di pennarelli, che bruciando emettono sostanze tossiche e un sacco di fumo. Quando sono andato alla finestra sul lato della via Pirogovskaja, dove hanno sfondato prima, ho sentito un gas molto acre. Era completamente trasparente, ossia non era come il fumo, e sembrava un gas lacrimogeno molto concentrato, di quelli utilizzati dalle forze dell’ordine. Ho fatto solo un respiro e mi si è paralizzata la respirazione. Siamo scappati da lì, verso la scala centrale, e uno dei nostri ha urlato che i neo-nazisti avevano sfondato. Tutti istintivamente si sono precipitati ai piani superiori”, prosegue Albu.

Giunto al secondo piano, si rese conto che, in caso di incendio non si poteva saltar giù, perché i piani erano molto alti.

“Per questo ho gridato alle persone che erano lì di correre verso l’ala destra. Abbiamo raggiunto la scala, siamo scesi giù, pensando di poter uscire, ma abbiamo visto che gli assalitori cercavano di sfondare la porta dall’esterno. Siamo rimasti al primo piano dell’ala destra. Ma l’edificio è piuttosto intricato, e siamo finiti in un vicolo cieco: volevamo sfondare la porta dell’ufficio, le cui finestre si affacciano sulla stazione ferroviaria, ma non ci siamo riusciti, essendo quello un vecchio edificio staliniano dalle enormi porte in rovere. Poi abbiamo visto nel corridoio una cassaforte in ferro, molto pesante, e abbiamo cercato di spingerla giù per le scale per bloccare l’accesso agli aggressori che cercavano di abbattere il portone. Ma siamo riusciti soltanto a buttarla giù dalla rampa di scale. Rendendoci conto che stavano per irrompere, siamo corsi indietro. Io e Vlad Voytsehovsky abbiamo raggiunto il secondo piano, che era pieno di fumo. Siamo corsi verso l’ala destra, poi siamo scesi al piano di sotto. A questo punto nel cortile c’erano già la polizia e i vigili del fuoco. Hanno appoggiato una scala alla finestra, e le donne che erano vicino a noi hanno cominciato a scendere. In quel momento, sulle scale sono spuntati alcuni nazisti. L’uomo che era accanto a me ha lanciato una piccola pala, e il mio amico Vlad Voytsehovsky, che teneva un estintore, li ha riempiti di schiuma. Scese le donne, venne il turno degli uomini, e dopo un po’ ci trovammo in un angolo del cortile. Un lato era chiuso da una grande auto. Gli aggressori cercarono di attaccarci tra la macchina e il muro. Vlad li respingeva con l’estintore. In seguito guardai il video, e vidi che in quel punto, forse mezz’ora prima che uscissimo, la gente saltava dalle finestre, e veniva finita sul posto. C’erano tanti morti, ma in quel momento non lo sapevamo. Forse chi ha organizzato tutto questo aveva capito che il sangue poteva bastare. Inoltre, in quel momento c’erano i poliziotti e i vigili del fuoco. Ma questo non ha fermato gli assalitori dallo scagliarsi contro di noi. Penso che ciò che mi salvò la vita fu che due poliziotti mi coprirono la testa con gli scudi, e così fui colpito soprattutto ai piedi, e non alla testa”.

Nella Casa dei sindacati sono stati uccisi amici e conoscenti di Alexej Albu, e per lui assicurare i colpevoli alla giustizia è una missione.

Vittime di Odessa: Andrej Brazhevskij

“Chi conoscevo meglio tra le vittime era Andrej Brazhevskij. Ci conoscevamo dal momento della sua adesione al “Leninsky Komsomol dell’Ucraina”, eravamo amici di vecchia data. Era uno dei fondatori della “Borotbà” di Odessa. Ha sempre partecipato al movimento antifascista e anticapitalista, era un ragazzo molto intelligente, colto, e faceva dello sport. Andrej aveva problemi con la vista, e non poteva partecipare alle operazioni militari. Ma è andato comunque a difendere la propria città. Ci sono molti video in cui si vede Andrei soccorrere i feriti. Quando uccisero Alexander Zhulkov, in centro città [Zhulkov era anch’egli sulla piazza Kulikovo, e fu ucciso lo stesso giorno durante gli scontri in via dei Greci – EADaily], Brazhevsky fu uno dei primi a precipitarsi in suo aiuto. Alla fine morì anche lui. Saltò dalla finestra, e fu finito subito dopo. Abbiamo tutte le ragioni per credere che il suo assassino sia Vsevolod Goncharevskij. Costui è ancora a piede libero. Ma in ogni caso dovrà risponderne. Per me è una questione d’onore. Un altro mio amico è un mio collega, il deputato della Duma regionale Vyacheslav Markin. Era un uomo molto semplice, conduceva una vita spartana, ed era sempre stato antifascista. Anche lui saltò fuori dalla Casa dei sindacati. C’è un video in cui va verso un’ambulanza sulle proprie gambe, ma poco dopo cominciano a picchiarlo selvaggiamente. Morì il 3 maggio in ospedale. Queste erano le persone a me più vicine tra i morti alla Casa dei Sindacati. Conoscevo anche Vadim Papura, un giovane membro del Komsomol, che vi aderì dopo di me, eravamo in contatto, lo conoscevo tramite l’Antimaidan. Ci sono foto in cui lo si vede scendere dal primo piano lungo una struttura metallica portata lì da quelli del Pravyj sektor per entrare nel palazzo. In seguito dissero che l’avevano portata per salvare la gente. Papura fu finito già sul terreno. Abbiamo una foto del suo volto, trasformato in una massa sanguinante”.

Albu è convinto che Odessa saprà rinascere dopo questa tragedia, che questo periodo avrà fine, e che coloro che hanno dovuto lasciare Odessa potranno tornare alla loro città natale, e gli organizzatori e gli esecutori degli omicidi di massa saranno puniti.

La giornalista di Odessa Elena Glischinskaya non partecipò agli eventi del 2 maggio 2014, ma essi hanno fortemente influenzato la sua vita:

“Il 2 maggio 2014 non ero a Odessa, ma quando sono tornata in città dopo l’accaduto, ho subito cominciato a raccogliere materiale sulle vittime di questa tragedia. Intervistavo parenti, amici e colleghi delle vittime, per mostrare com’erano. Venne fuori che la maggior parte di loro non erano in alcun modo legati alla politica. Tra di loro c’erano ingegneri, insegnanti, professori… La gente comune che si trovava lì in forza di uno slancio interiore, non certo per “dividere l’Ucraina”, come si è cercato poi di rappresentare. Ho rilasciato interviste a televisioni e radio russe. Forse questo ha giocato un ruolo nel mio destino. Un anno dopo, durante le preparazioni per l’anniversario del 2 maggio, il Servizio di sicurezza (SBU) fece una grande retata di “separatisti”: tutti gli oppositori e i simpatizzanti. Anch’io sono caduta in questa retata, sono stata arrestata, e ho trascorso un anno in carcere. La mia partecipazione alla conferenza stampa del Parlamento popolare della Bessarabia è servita come pretesto, ma la pubblica accusa mi ha rinfacciato tutto – i miei materiali sul 2 maggio, le interviste che ho rilasciato e le varie pubblicazioni”.

Secondo la Glischinskaja, dopo il 2 maggio la società si è divisa nettamente in due parti inconciliabili. “Non so se esiste una possibilità di riconciliazione, perché nessuno delle autorità in tre anni ha mosso dei passi verso gli avversari, anzi hanno messo le persone le une contro le altre. Questa è una tragedia, è chiaro che era una provocazione, grazie alla quale una tranquilla e allegra città di commercio internazionale si è trasformata in un altro focolaio di odio e di guerra civile”.

Per la Glischinskaya, in queste circostanze è difficile la resistenza per gli abitanti di Odessa, perché viene stroncata sul nascere, e gli arresti degli “inaffidabili” continuano.

Vittime di Odessa: Elena Glischinskaya, giornalista, arrestata mentre era incinta per le sue inchieste sul 2 maggio, ha partorito in carcere.

“Quest’anno, almeno altre dieci persone sono finite dietro le sbarre. Hanno arrestato alcuni giovani con l’accusa di terrorismo per il presunto rapimento di Goncharenko [il deputato del partito di Poroshenko Alexey Goncharenko, fotografatosi con una delle vittime della Casa dei Sindacati sullo sfondo – EADaily]. La situazione non cambia, non accade nulla di nuovo, i processi vengono rimandati, la gente rimane in detenzione preventiva per tutto il tempo finché non confessa”, ha detto la Glischinskaya.

Tuttavia, anche lei si è detta fiduciosa che questa situazione non potrà continuare all’infinito. “Odessa è la mia città natale. E spero che in un prossimo futuro qualcosa cambierà. Prima di tutto, dovrebbero cambiare chi è al potere, e se la gente confiderà sulla salvaguardia dei propri diritti, credo che molti ritorneranno. Anch’io tornerò a Odessa, se sarò sicura che nel mio paese torneranno la libertà di parola, la libertà di opinione, lo stato di diritto”. Lei è convinta che tutto ha avuto inizio a Odessa, e a Odessa e finirà.

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Articolo di Kristina Melnikova pubblicato da EAdaily il 7 maggio
Tradotto da Elena per SakerItalia il 10 maggio 2017

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