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Le autorità di Kiev hanno avviato due processi simultaneamente: da un lato, si è intensificata la repressione contro quei cittadini che non sostengono la politica del regime, dall’altro il Parlamento ha amnistiato i criminali che hanno partecipato alla cosiddetta operazione antiterrorismo in Donbass. Nella frase “giustiziare non si può graziare”, per la prima categoria si mette la virgola dopo la parola “giustiziare”, e per la seconda prima della parola “graziare”.

 

Il sito del Sevizio di sicurezza dell’Ucraina informa quotidianamente degli arresti di “separatisti”, “spie”, “informatori dei guerriglieri”, degli stessi “guerriglieri”, di “traditori”, “membri delle organizzazioni terroristiche delle repubbliche separatiste”, “complici su Internet dei terroristi”, “propagandisti anti-ucraini”, “poliziotti traditori”, “agenti” e “sabotatori”. A metà giugno, il Servizio di sicurezza ha presentato al pubblico i risultati delle sue attività: indagini concluse su 9.000 cause penali in materia di crimini commessi “contro la Sicurezza Nazionale e Difesa dell’Ucraina, attentato alla sua integrità territoriale, terrorismo…”

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Novemila è una cifra paragonabile al numero delle vittime dell’operazione “antiterroristica”. Per ogni fascicolo d’indagine ci sono una o più persone. Bisogna aggiungere anche i 3.927 procedimenti penali su casi di abbandono non autorizzato dell’unità militare, e 997 procedimenti su fatti di diserzione, sotto la giurisdizione della Procura.

 

Nelle 9.000 cause penali di cui si vanta il Servizio di sicurezza sono state coinvolte 980 persone, e 339 sono state condannate. La grande differenza nei numeri mostra che: 1) il Servizio si sicurezza arresta persone indiscriminatamente e le processa per i motivi più insignificanti; 2) molti degli arrestati possono essere detenuti illegalmente nelle prigioni segrete del Servizio di sicurezza.

 

Un esempio lampante: a Kharkov, questa estate un uomo è stato condannato a quattro anni di carcere per il reato di raccolta di informazioni circa le “unità dei volontari” registrate presso il Ministero dell’Interno che combattono nel Donbass. E’ stato dichiarato traditore della nazione.

 

Ogni cittadino ucraino potrebbe trovarsi in qualsiasi momento al posto del condannato di Kharkov, visto che le informazioni sui battaglioni, sulla loro composizione quantitativa, sulla distribuzione e sui comandanti si trovano su Internet, e gli stessi “volontari” che vanno e vengono dall’area del conflitto le aggiornano costantemente.

 

Il territorio dove gira questa macchina repressiva è il sud-est dell’Ucraina. La maggior parte delle persone sono state arrestate nei pressi della linea di demarcazione, in città e paesi delle regioni di Donetsk e Lugansk rimaste fuori dalle autoproclamate repubbliche. Qui, quasi ogni giorno il Servizio di sicurezza cattura i “militanti” e i loro “complici”, costringendoli a fare delle “confessioni”. Un contadino, arrestato alcuni giorni fa nel villaggio Luganskaja, ha confessato, ad esempio, di aver visto con i suoi occhi delle “truppe russe”. Un volontario, preso al posto di blocco di Majorsk a giugno come “probabile guerrigliero”, ha ammesso di esserlo perché aveva una tessera sociale rilasciata dalla repubblica di Donetsk. Un’altra vittima del Servizio di sicurezza residente a Krasnogorovka nei pressi del fronte, ha ammesso di aver lavorato come agente dei “terroristi”. A Lisichansk, nella regione di Lugansk, è stata smantellata una rete di “informatori”. Il Servizio di sicurezza dell’Ucraina non perde di vista le regioni di Odessa, Nikolaev, Kharkov, Kherson, Zaporozhje, Dnepropetrovsk, ribattezzata di recente: lì anche nei villaggi più remoti vengono scovati traditori, “propagandisti” che diffondono “materiali separatisti”. Di tanto in tanto nei rapporti emerge o una “spia” di Chernigov che “screditava l’operazione antiterroristica”, o una “spia” di Lvov entrata di nascosto in città con un passaporto russo, naturalmente su ordine del Cremlino, o un “separatista” della Transcarpazia, che aveva aderito al partito ungherese “Jobbik” e pianificava di commemorare “l’anniversario della perdita dei territori da parte dell’Ungheria”. Trenta “gruppi terroristici” sono stati “smascherati” in Ucraina dal Servizio di sicurezza, sono stati scoperti innumerevoli nascondigli di armi, e in un anno sono state istruite in tribunale 367 cause contro “spie” e “traditori”.

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I nemici del nuovo governo ucraino scaturito dal Maidan nel 2013-2014 sono dappertutto. La giornalista Elena Glishchinskaya è stata arrestata alla fine di aprile 2015 con l’accusa di separatismo e tradimento solo perché era un’attivista del movimento popolare “La Rada della Bessarabia” e aveva organizzato una tavola rotonda sul tema “I volti della Bessarabia: aspetti regionali dell’attività dei gruppi etnico-culturali”, in cui si discuteva di un libro di testo sulla storia della regione. Secondo il Servizio di sicurezza si trattava di preparativi per “provocare una generale insoddisfazione per il fatto che i nove distretti della regione di Odessa facciano parte dell’Ucraina e per sondare il terreno per le attività separatiste dei loro territori”. La Glischinskaya è stata incriminata anche perché “diffondeva delle opinioni sulle identità nazionali e culturali di queste aree e sulla loro possibilità di approvare leggi a livello locale”.

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In un anno di carcere Elena Glischinskaya ha sopportato sofferenze indicibili: incinta di un terzo figlio, è stata palesemente maltrattata, negandole un ricovero d’urgenza, e rifiutando anche di chiamare il pronto soccorso. La prigioniera del Servizio di sicurezza ha dovuto “rispettare” il rigoroso riposo a letto prescrittole dal medico per una minaccia di interruzione di gravidanza in freddi sotterranei: nessuno si è preoccupato della sua salute nel corso del procedimento giudiziario. Alla fine miracolosamente il bambino è nato, ma è finito subito in terapia intensiva. Poi è stato trasferito in un centro perinatale, ma la madre dopo il difficile parto è tornata di nuovo in carcere. Soltanto allora è scoppiato uno scandalo internazionale, non essendo più possibile nascondere il trattamento disumano che lo Stato ucraino aveva riservato a Elena Glishchinskaya e al suo piccolo. Il 14 giugno era finalmente a Mosca, col suo bambino in braccio: è stata scambiata insieme al collega Vitaly Didenko, anch’egli accusato per la partecipazione alla “Rada di Bessarabia” e condannato a tre anni; scontava la pena in una colonia penale nella regione di Rovno.

Queste persone hanno sofferto in carcere per nulla. Per un toponimo, il nome della regione storica.

 

Per la stessa ragione – ossia per niente – il 28 giugno è stata arrestata a Kharkov Alla Aleksandrovskaya, cittadina onoraria della città, e per quattro volte deputato della Rada per il Partito Comunista dell’Ucraina (ora proibito). Suo figlio Aleksandr è ricercato. Due giorni dopo, un tribunale locale ha stabilito una misura preventiva per questa donna 67enne: una detenzione di due mesi senza possibilità di cauzione. La Aleksandrovskaya è accusata di attentato all’integrità territoriale dell’Ucraina e tentativo di corruzione dei membri di alcune giunte locali non meglio specificate affinché facessero un appello al Parlamento, non si sa se per lo statuto speciale di queste aree, o per la dichiarazione di una zona economica libera. Per questo, persino degli esperti politici leali al regime di Kiev considerano tale arresto come un atto esemplare di intimidazione. “L’arresto di Aleksandrovskaya, a mio avviso, deve essere visto come un fattore di intimidazione, perché gli altri si fermassero e la smettessero di minare la situazione nella regione (…) Soprattutto perché a soli 40 km da qui c’è la regione di Belgorod della Federazione Russa” – ha detto Vadim Karasev, direttore dell’Istituto ucraino di strategie globali. “Questa è una lotta, per così dire, contro delle figure di spicco del regime politico precedente, coloro che possono essere considerati complici della Russia” – ha affermato l’analista politico ucraino Vladimir Fesenko.

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Nelle file dei nazionalisti ucraini l’arresto di Alla Aleksandrovskaya è stato salutato con grande entusiasmo. Non importa se sia colpevole di qualcosa o no: i “patrioti” chiedono in ogni caso di “non fissarsi su questa tipa” e considerarla solo come una merce di scambio.

 

Intanto, la Aleksandrovskaya rischia dieci anni di carcere. Di fatto, a causa del toponimo “Slobozhanshchina”, poiché l’arrestata è stata la leader di un movimento popolare con lo stesso nome. Si tratta di un nome pericoloso di per sé, poiché la regione storica di Slobozhanshchina comprende le regioni di Kharkov, Donetsk, Lugansk, Sumy, Belgorod, Kursk e Voronezh. E per gli standard odierni il solo vivere qui vuol dire essere “complice della Russia.” E dire ad alta voce il nome della regione, o anche chiamare qualcosa “Slobozhanschina”, è un tradimento e un attentato al territorio ucraino.

 

La toponomastica nel sud-est dell’Ucraina adesso ha il diritto di esistere solo entro i confini delle unità amministrative. Niente Bessarabia. Non c’è traccia di Slobozhanshchina. Come non bastasse, ci sono poi i nomi dei territori che appartengono all’Ucraina indipendente, ancora più spaventosi per il regime di Kiev: Novoserbia sul territorio della regione Zaporozhzhje, Slavoserbia su quello della regione di Lugansk, Novorussia sulle terre di Dniepr, Poltava, Kherson e Kirovograd, e infine la “Regione dei cosacchi del Don”, che si estendeva su gran parte del territorio attuale delle repubbliche di Donetsk e Lugansk.

 

Per l’Ucraina di oggi la storia è una scienza perniciosa a tutti gli effetti. Il periodo dell’Ucraina sovietica è stato cancellato a livello legislativo, ma la precedente epoca storica è per i “patrioti” ancora peggiore: dovunque si guardi c’è sempre l’impero russo. L’unico modo per debellare la storia è la repressione di ogni cittadino ucraino che rivolga la propria attenzione a un passato di più di 25 anni addietro. L’evento più recente: i nazionalisti di “Svoboda” (partito politico che significa Libertà, NdT) hanno impedito la presentazione a Kiev del libro “Da dove viene la Terra russa” del famoso storico Piotr Tolochko, accusandolo di attività anti-ucraine e separatismo.

(in russo, NdT)

I “patrioti” l’hanno denunciato alla polizia, il che significa che Piotr Tolochko potrebbe aspettarsi un procedimento penale.

A Odessa, i nazionalisti del Pravyj sektor chiedono il licenziamento di Elena Radzikhovskaya, professore associato della cattedra di storia antica e medievale della facoltà di storia dell’Università Mechnikov, perché “simpatizzante della Federazione Russa, lo stato aggressore”, “manifesta opinioni filo-russe e fa le dichiarazioni anti-ucraine”. Quelli del Pravyj sektor l’hanno già dichiarata una criminale socialmente pericolosa, che attenta alla sicurezza nazionale dell’Ucraina. “Pochi lo sanno, ma Elena Alexandrovna, che parla fluentemente otto lingue, compreso l’arabo, il latino e il provenzale antico, già ai tempi dell’Unione Sovietica fu invitata a lavorare in Francia, ma decise di rimanere in patria, dove ha lavorato per 25 anni all’Università nazionale Mechnikov, anche nel periodo più spaventoso, gli anni 90”, ha commentato in merito alla persecuzione di Radzikhovskaya il direttore del giornale “Timer”, Yuri Tkachev. Il figlio della Radzikhovskaya, Andrei Brazhevsky, un giovane antifascista e marxista di Odessa, è stato ucciso il 2 maggio 2014: saltato dalla finestra del Palazzo dei sindacati in fiamme, è stato poi finito a terra dai nazisti.

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Il rettore dell’Università ha già notificato al Pravyj sektor che condanna l’azione della Radzikhovskaya e che ha avviato un’inchiesta d’ufficio.

Un anno fa un trattamento simile fu riservato a Olga Zagulskaya, dell’Università di Lvov, che aveva i suoi punti di vista su quanto stava accadendo in Ucraina: riteneva che la guerra nel Donbass fosse stata scatenata da Kiev, solidarizzava con le repubbliche separatiste, condannava il blocco delle regioni ribelli, diceva che il vero colpevole del fallimento della tregua era Poroshenko. Di conseguenza, per sbarazzarsi di una simile insegnante, l’Università l’ha licenziata. Inoltre era sempre sorvegliata dall’onnipresente Servizio di sicurezza.

Non è stata incarcerata, non l’hanno uccisa, non le hanno procurato danni fisici. Ma l’hanno lasciata senza lavoro, le hanno minato la salute e le hanno inflitto danni morali. Il colmo è stato un’inchiesta giornalistica che cercava di appurare come mai Olga Zagulskaya conosca il russo e perché l’abbia studiato, visto che è nativa della Galizia.

E’ In pieno svolgimento la “bonifica” della città di Dzerzhinsk nella regione di Donetsk, ribatezzata Toretsk. Pochi giorni fa, la gente del posto si è ribellata contro lo spostamento delle truppe dalla periferia della città, da dove bombardavano la città di Gorlovka, al centro. La gente ha cercato di bloccare lo spostamento dei militari, temendo il dispiegamento di artiglieria nelle vicinanze delle loro case. Di conseguenza, la polizia ha arrestato i cittadini più attivi e li ha dichiarati alcolisti e criminali, consegnandoli al tribunale. A Dzerzhinsk sono arrivati reparti speciali di polizia, che hanno iniziato controlli di massa per individuare i “ribelli”. “La polizia effettuerà le misure di prevenzione nella città e nei villaggi circostanti. L’obiettivo delle misure è l’identificazione delle persone coinvolte nel terrorismo, il sequestro delle armi illegali, la stabilizzazione della situazione”, si legge nel comunicato della polizia nazionale. La prima a subire queste “misure preventive” è stata la città di Krasnogorovka, dove sono state fermate 85 persone sospettate di “terrorismo”.

Nel frattempo, il 7 luglio, il Parlamento ucraino ha approvato con 247 voti la legge sull’amnistia del 2016, perseguendo diversi obiettivi:

– far fallire definitivamente gli accordi di Minsk, perché secondo le leggi in vigore l’amnistia è possibile solo una volta l’anno;

– rilasciare un gran numero di partecipanti all’operazione “antiterroristica” che hanno commesso crimini durante il conflitto armato nel Donbass;

– rilasciare un certo numero di criminali condannati a pene detentive fino a 12 anni;

– annullare le condanne per coloro i cui crimini possono essere attribuiti a negligenza.

I deputati hanno esultato nell’approvare l’amnistia, che aprirà le porte di carceri e centri di detenzione ai criminali che hanno partecipato all’operazione “antiterroristica” e a semplici banditi di strada. Per loro “giustiziare non si può, graziare”.

Non sarà difficile indovinare a chi non toccherà l’amnistia: a tutti coloro che sono stati dichiarati una minaccia per la sicurezza nazionale dello Stato ucraino. Essi non saranno rilasciati. Giustiziare, non si può graziare.

 

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Articolo di Arina Tsukanova pubblicato il 13 Luglio 2016
Traduzione dal Russo a cura di Elena per SakerItalia.it

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